ANALISI DEL NON VOTO ALLE ELEZIONI REGIONALI

Le elezioni regionali fotografano un Paese che non ha alcuna fiducia nella politica istituzionale.

Dopo i milioni di persone che hanno invaso l’Italia contro il genocidio di Gaza, rappresentando un disagio per il reale che vivono quotidianamente, a votare in Regioni così importanti sono andati in media il 43% degli aventi diritto.

Ogni risultato delle forze politiche dovrebbe essere decurtato del 60% per averne il reale livello di rappresentatività.

Ormai è evidente che non c’entra né il mare né lo scarso attaccamento degli italiani alla politica. Semplicemente una buona parte della popolazione ritiene le elezioni inutili.

Il livellamento delle posizioni sulle questioni dirimenti rende il dibattito pubblico privo di interesse. Ai giudizi di merito si sono ormai da tempo sostituiti giudizi di valore che rendono arido il confronto. Su guerra, riarmo, Ue e questioni che riguardano la vita di milioni di lavoratori costretti ad una vita precaria le differenze sono sottili, impercettibili alla carne viva della società.

Esiste un politicamente corretto che si presenta come una cornice dentro cui è scritto ciò che si può dire e non si può dire, ciò che si può fare e ciò che non si può fare.

Come considerare altrimenti le condanne bipartisan ad episodi marginali come l’invasione alla redazione del giornale La Stampa, che non condividiamo prima di tutto per gli effetti negativi sull’intero movimento pro-Palestina, e, all’opposto, il balbettio sui 250 giornalisti Palestinesi uccisi, oppure sui vari scontri durante i cortei e il genocidio a Gaza. In un mondo in cui la violenza è ad ogni livello la cifra quotidiana diventano notizie ed elementi di dibattito quattro vetrine rotte o dieci scritte sui muri.

È la stabilità, l’eterno presente di un sistema politico, in realtà in declino, che si cela dietro valori che non solo non persegue ma di cui sistematicamente è artefice della loro distruzione.

È la stabilità apparente che si nasconde dietro un denso velo di ipocrisia.

Ma è proprio questo il tema. Dentro la cornice si parla solo a quelli che quella violenza, di ogni tipo, la guardano da lontano, magari la giudicano bene o male ma non ci vivono dentro.

E poi manca l’idea di una prospettiva alternativa che la logica maggioritaria e dell’alternanza, il peloso “rispetto dell’avversario” come se si trattasse di una partita di calcio, hanno negli anni cancellato ogni interesse di massa verso la politica.

La discussione sulla partecipazione della segretaria del PD ad Atreju è la fotografia più evidente di quanto stiamo dicendo.

La gara per fare il confronto con la Meloni tra lei e Conte è stata penosa. Sarebbe bastato dire da parte di Schlein: “Non vengo ad Atreju perché sono estranea a quel mondo”. Anche questo antifascismo a fasi alterne e solo quando conviene per distinguersi con l’avversario ormai ha una scarsa presa se non tra gli elettori già convinti.

Da questo punto di vista entrambi gli schieramenti giocano nel campo ristretto di chi vota, riducendo il gioco democratico agli strati sociali più attenti, socialmente più abbienti e già schierati. La gran parte dell’astensionismo riguarda i settori popolari e sottoproletari come in tutte le cosiddette democrazie mature occidentali.

Una forma di voto per censo che deriva non dall’esclusione formale di chi ha un basso reddito ma dall’esclusione sostanziale dei suoi interessi dall’azione istituzionale.

Come vedete non ci dilunghiamo nell’articolo sul centrosinistra che vince o il centrodestra che perde ma sugli aspetti che, oltre a qualche commento di circostanza, non vengono trattati dalle forze politiche principali.

Esiste la possibilità di far tornare al voto questa massa respinta dalle istituzioni?

Esiste da destra e da sinistra.

Esiste il potenziale populismo di destra che può in futuro catalizzare un consenso passivo di milioni di persone in cerca della provvidenza ed esiste la possibilità di riconquistarle ad un’alternativa di società.

Certamente il sistema proporzionale potrebbe aiutare a ridare peso agli interessi popolari perché ogni voto vale, insieme ad esso ci vuole un’idea forte che sia aderente alla realtà e sia in grado di rimettere in moto un processo politico di cambiamento di fronte alla barbarie che è sempre meno nascosta.

I grandi cortei di questi mesi, non ultimo quello indetto da Usb sabato scorso dopo lo sciopero del 28 novembre, sono un segnale di un Paese potenzialmente vivo. Capire come possa catalizzare quella larga parte del Paese che ha perso fiducia in ogni ipotesi di cambiamento è il cimento su cui fondare analisi e risposte. Non si tratta solo di risultati elettorali ma di condizionare il dibattito pubblico come è successo con la Palestina ed in cui le forze dominanti hanno rincorso costruendo con la finta pace la sordina. Il tempo, purtroppo, lavora perché ci saranno altre occasioni in cui il pericoloso piano inclinato in cui sta precipitando il mondo chieda risposte radicali, ovviamente non solo in Italia.

Quindi, chi ha vinto in Campania, Veneto o Puglia? Non mi pare questo sia l’argomento più interessante da analizzare in questo voto.