Il dibattito scaturito a seguito degli scontri di Torino è la plastica espressione del rapporto tra diversi livelli del potere (mediatico e politico) e gli effetti sullo stesso.
Il frame, diventato virale, del poliziotto colpito da un piccolo gruppo di manifestanti, ha dato fiato alle dichiarazioni spesso deliranti degli esponenti del centro-destra a cui hanno corrisposto quelle delle opposizioni, più attente a distinguersi dai “violenti” e a affermare la loro integrità “non violenta” che a capire quale fosse la finalità delle forze di governo in relazione a quanto avvenuto.
L’ipocrisia e la volontà strumentale dell’utilizzo di quella giornata torinese è palese, se si prova a ragionare su quanto diverso sia stato il giudizio sugli agenti di polizia che, in questi mesi e nello stesso corteo per Askatasuna, hanno pestato a sangue diversi manifestanti, tra cui un fotografo, o quanto sia caduta nel dimenticatoio la necessità di responsabilizzare le forze dell’ordine rendendole identificabili.
Aggiungo che di fronte al marcio che sta emergendo dai file Epstein (dove lo stupro, il sopruso, la depravazione e la pedofilia emergono come il normale agire dei potenti del mondo, nonché un probabile strumento di ricatto del Mossad), al genocidio di Gaza, al rapimento di un Presidente eletto, come accaduto in Venezuela, da parte degli USA, il governo non solo non esprime il suo sdegno ma galleggia tra imbarazzanti silenzi e grottesche legittimazioni. Anche su questo il governo è aiutato dal livello e dalla tipologia di copertura mediatica dominante.
L’effetto del caso Torino è nel decreto sicurezza e nell’ulteriore giro di vite agli spazi di libertà individuale e collettiva. Il fermo preventivo si aggiunge alla legislazione già fortemente limitante del diritto a manifestare, contenuta nel precedente decreto sicurezza (diventato legge 80/25 il giugno scorso). Lo scudo penale per la polizia ne rappresenta evidentemente l’altra faccia della medaglia. Duri con chi manifesta e sempre più morbidi per i possibili reati che nascono dall’abuso della forza da parte della polizia.
I mezzi blindati dell’esercito nelle stazioni e l’aumento della presenza sulla strada dei Carabinieri sono decisi per aumentare la percezione di massa che si sta facendo un salto di qualità per rendere il Paese “sicuro”. Una percezione che nella sostanza fa fare, in realtà, un salto di qualità sul terreno autoritario, costruendo il consenso attorno ad esso.
Non v’è dubbio che le dinamiche interne al centrodestra hanno accelerato queste scelte in stile “trumpiano”, di cui il generale Vannacci cerca di emulare in forma italica le gesta. Il fenomeno Vannacci rischia di scompaginare gli attuali assetti della coalizione di governo spostandone l’asse ancora più a destra sul piano interno e aprendo contraddizioni non da poco in politica estera.
La denuncia da parte di Vannacci del “moderatismo” della Lega si sposa con il dare corpo a destra alle posizioni che Salvini ha agitato da un punto di vista propagandistico su immigrazione, sicurezza, Ucraina e politica estera, senza essere mai conseguente. Nella consapevolezza che il generale potrebbe essere un fuoco di paglia mangiato dal suo ego ipertrofico, non v’è dubbio che, invece, potrebbe rappresentare un punto di riferimento di una fetta importante di quel 50% che non vota più, oltre a drenare consensi proprio dalla Lega e in prospettiva da Fratelli d’Italia, nel momento in cui dovesse finire la luna di miele tra Giorgia Meloni e i suoi elettori.
Il generale si sta muovendo con furbizia non solo sulle posizioni politiche ma anche aprendo una diretta interlocuzione con Afd in Germania e profilando un’alleanza con i settori più radicali della destra continentale. Vannacci, quindi, aspira ad aprire una competizione a destra e lo fa attaccando i punti deboli del governo e la sua coerenza con le promesse elettorali. Ed è inutile aggiungere che un conto è che sia l’opposizione a denunciare l’incoerenza della Meloni, un conto che lo faccia uno come il generale Vannacci.
Non è da escludere che proprio la presenza di Vannacci e della sua nuova formazione porti nel governo a scossoni con la Lega che perde peso, e forse anche il suo attuale segretario, anche nei confronti di Forza Italia. Ma proprio la presenza di Forza Italia e la sua collocazione “centrista” potrebbe rappresentare un’occasione per il generale di acquisire e accumulare ulteriori consensi a discapito del governo.
Nella sostanza si sta innescando un gioco che sposta ancora più a destra l’asse del Governo, spingendo Meloni a portare più peso su quel lato della bilancia. Il decreto sicurezza nasce dentro tale dinamica. Nulla è davvero scontato, ma, in una fase epocale ed estremamente fluida come quella che stiamo vivendo, i cambiamenti sono talmente veloci e repentini che tra qualche mese gli attuali assetti delle forze di governo potrebbero essere cambiati in maniera significativa.