LA NATURA DELLE CONTRADDIZIONI IN SENO AL GOVERNO

Come era facile aspettarsi, dopo le elezioni europee le contraddizioni all’interno del governo si stanno divaricando. Infatti, il ribaltamento dei rapporti di forza tra i due partner, M5S e Lega, sta dando luogo a un confronto senza esclusione di colpi su molte tematiche centrali. Ma va precisato che le forze in campo sono tre, perché, oltre a M5s e Lega, gioca un ruolo di rilevo anche l’altra componente del governo, quella che, sotto la supervisione del Presidente Mattarella, comprende il ministro degli esteri Moavero e soprattutto quello decisivo dell’economia e delle finanze, Giovanni Tria.

Rispetto alle elezioni politiche, i Cinque stelle hanno quasi dimezzando la loro quota percentuale, mentre la Lega l’ha raddoppiata, passando da terzo a primo partito nazionale. Quindi, è naturale che il leader del M5s, Luigi Di Maio, cerchi di riprendersi l’iniziativa politica che gli era stata sottratta da Salvini su due temi, l’Europa e soprattutto l’immigrazione. Dall’altro lato, Salvini si trova nella situazione di chi ha accumulato un enorme vantaggio e si chiede come e quando capitalizzarlo. Del resto, l’elemento dominante nella fase politica attuale è la mobilità dei consensi con milioni di voti che si spostano con grande facilità. La situazione è ingarbugliata, perché, se i Cinque stelle devono andare all’attacco per recuperare le loro posizioni, tirare troppo la corda può condurre alle elezioni, che molto probabilmente sancirebbero il loro arretramento, anche se non bisogna dimenticare che le elezioni politiche sono competizioni elettorali diverse da quelle europee. La Lega potrebbe volere nuove elezioni, ma per far cadere il governo deve trovare la motivazione giusta agli occhi degli elettori, senza contare che, svanita ogni possibilità di coalizione con il M5s, si porrebbe il problema di come e con chi formare una nuova coalizione, con il possibile rientro in gioco di Berlusconi. Inoltre, a complicare la situazione c’è la perdurante debolezza del Pd che non sarebbe ancora in grado di costituire una alternativa né all’attuale governo né al centro-destra.

Lo scontro interno al governo riflette, però, uno scontro che va ben oltre i destini e le quote elettorali di Lega e Cinque stelle. Ci sono forze e interessi sociali e di classe che sono in moto sia per condizionarlo sia, se necessario, per farlo cadere: quelli rappresentati dall’Europa, dal capitale multinazionale a base italiana e estera e dalla Confindustria. La sconfitta elettorale dei Cinque stelle ha acuito i contrasti sociali tra le forze rappresentate dentro il governo, perché i Cinque stelle stanno cercando di riposizionarsi sul crinale politico che li aveva portati al successo e il cui abbandono li ha penalizzati.  Lo scontro tra, da una parte, il M5s e, dall’altra parte, la Confindustria e i settori del capitale italiano e multinazionale avviene su molte questioni: sul ritiro dello scudo giuridico a Arcelor Mittal per quanto riguarda l’Ilva, sull’opposizione alla Tav, sul ritiro della concessione autostradale ad Atlantia, nonché sul rifiuto all’ingresso di quest’ultima nell’Alitalia. Tutti temi cui molta parte dell’elettorato cinquestelle è sensibile e sui quali il movimento deve dimostrare di essere coerente con sé stesso e con le sue pregresse prese di posizione, ad esempio con quelle fatte dopo il disastro del ponte Morandi.

Particolarmente invisa alla Confindustria è l’introduzione del salario minimo, che comporta anche una sorta di ritorno alla scala mobile. Secondo la Confindustria, il salario minimo aumenterebbe il costo del lavoro alle imprese di 6,7 miliardi, andando a penalizzare soprattutto le piccole e medie imprese fino a 50 dipendenti. Un provvedimento che potrebbe essere, però, compensato con la riduzione delle tasse su utili e lavoro. Su tutti questi temi c’è una netta contrapposizione tra M5s e Lega, che, sulle concessioni autostradali ad esempio, viene accusata dal ministro dei trasporti del M5s, Toninelli, di avere rapporti con i Benetton, proprietari di Atlantia. Anche sul rafforzamento dell’autonomia di Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, altro tema caldo, le due forze politiche sono su fronti diversi. Infatti, mentre la base elettorale dei Cinque stelle è nel Mezzogiorno, la questione dell’aumento dell’autonomia delle tre regioni va a toccare la base elettorale della Lega nelle provincie dove ha raggiunto consensi bulgari e dove sono situate le Pmi di cui si è fatta alfiere. Una questione che rimanda alla nuova questione meridionale, cioè l’ampliamento, a causa della crisi e dell’euro, della spaccatura tra Nord e Sud del Paese. La Lega su tutti questi temi è sicuramente, all’interno del governo, il punto di riferimento per Confindustria e il capitale multinazionale, come Atlantia e Arcelor Mittal.

Ma, come dicevamo, queste sono solo alcune delle contraddizioni che interessano il governo. C’è anche la questione del rispetto delle regole europee di cui Mattarella e Tria sono garanti. In particolare c’è il problema della minaccia di infrazione per debito eccessivo. Su questo fronte lo scontro sembrerebbe essere invece tra Salvini e il duo Conte-Tria. Soprattutto quest’ultimo sta cercando di andare incontro alle richieste della Commissione europea di limitare il deficit italiano al 2-2,1%, utilizzando i risparmi di Quota 100 e del reddito di cittadinanza. Misure queste, soprattutto il reddito di cittadinanza, il cui impatto si è rivelato ben al di sotto delle aspettative. Proprio la questione della critica all’Europa è uno dei cavalli di battaglia che la Lega si è intestata soprattutto dopo che il M5s l’ha abbandonata, per adottare posizioni più europeiste. Oltre alla critica all’Europa, è stata la questione dell’immigrazione ad avere rappresentato per Salvini un volano elettorale a costo zero. Tuttavia, su tutte e due le questioni c’è poco, oltre la propaganda, da parte della Lega, che sulla questione del debito pubblico e dell’Europa si è limitata a lanciare la proposta dei minibot con Borghi salvo poi ritirarla con Giorgetti.

Sull’immigrazione Salvini è stato abile a concentrarsi su aspetti mediatici, in questo aiutato da chi, il Pd e certe forze “globaliste”, specularmente usa il tema per attaccare il governo, anziché porsi la questione di come affrontare la questione dei flussi migratori con politiche sociali e economiche adeguate. Il Pd e una parte della sinistra continuano ad accettare il terreno dell’immigrazione come terreno privilegiato di scontro con il governo. Soprattutto lo pongono nel modo sbagliato, cioè non come questione dovuta ai rapporti economici di dipendenza tra Europa e Africa ma come problema meramente umanitario. Senza contare che il Pd continua a ritenere i vincoli europei immodificabili e il livello dello spread come il metro di giudizio della validità della politica economica e sociale italiana, sostenendo le posizioni della grande impresa e di Confindustria.

In sostanza, il quadro politico italiano mostra un governo (e una opposizione) sostanzialmente bloccato, sul quale l’Europa e i vari settori del capitale italiano e multinazionale, compresa Confindustria, stanno esercitando pressioni sempre più forti. Tali pressioni, per quanto riguarda alcuni aspetti, vengono esercitate soprattutto attraverso la Lega, che sicuramente è il riferimento delle imprese all’interno del governo, mentre l’Europa opera soprattutto attraverso Tria sotto il controllo di Mattarella, che non ha mai visto di buon occhio la formazione del governo giallo-verde e che rappresenta il garante della Ue e dei mercati finanziari per l’Italia. Nel caso in cui il M5s decidesse di proseguire nel suo nuovo indirizzo sui principali temi della sua agenda politica – Tav, Ilva, Autostrade, Alitalia, e salario minimo – le pressioni sulla Lega affinché tolga la spina al governo aumenterebbero. Tuttavia, il M5s ha dimostrato in questo anno e mezzo di governo tutti i limiti che presentava in nuce e cioè la mancanza di un quadro dirigente adeguato, di una visione organica e di una piattaforma complessiva e non è detto che riesca a proseguire nella direzione che sembra aver intrapreso, specie ora che è stato ridimensionato elettoralmente.

Ma, soprattutto, in questo anno e mezzo si è dimostrato che il contesto economico e sociale pone dei problemi che rendono difficile la vita di qualsiasi governo che non sia disposto nei fatti a rompere con il passato e con il neoliberismo, cosa che implica anche una rottura con l’Europa e i suoi vincoli. La propaganda non basta, ci vuole un massiccio intervento dello Stato attraverso un programma di nazionalizzazioni e di internalizzazione dei servizi dati con esiti fallimentari in appalto ai privati, come dimostra non solo la vicenda del ponte Morandi ma anche la situazione sempre più degradata di Roma, che è ormai una vetrina del fallimento dei Cinque stelle. Tutto ciò soprattutto a fronte di un’economia che si appresta nel secondo trimestre a contrarsi, a causa dei bassi consumi interni, e che è ben lungi dall’essersi sganciata dalla stagnazione che la attanaglia come dimostra anche un tasso di disoccupazione ancora sopra  il 10%.

La crisi del M5s è tutt’altro che terminata e anzi le difficoltà del governo, anche nel caso di una sua caduta, potrebbero persino aggravarla. In un quadro siffatto, a fronte del mantenersi del Pd ancorato su certe posizioni, a favore del capitale e dei vincoli europei, si aprirebbe lo spazio politico per una vera sinistra, alternativa al Pd e libera da qualsiasi tentazione di nuovo centro-sinistra. Una sinistra, al cui interno siano i comunisti, che intenda rappresentare autonomamente le istanze del lavoro salariato. Ciò non significa alimentare l’illusione di recuperare di botto il terreno elettorale perso ma di cominciare a ricostruire, sul piano soprattutto politico e secondariamente elettorale, un radicamento sociale e un recupero dei settori di classe (lavoratori salariati e disoccupati) che negli ultimi anni sono andati al M5s, a partire dal centro-sud, che di quel movimento ha rappresentato il bacino elettorale maggiore. Questo, però, richiede la capacità di definire una piattaforma di politica economica e sociale che sappia individuare posizioni chiare e corrette sulla questione della Ue e dell’euro, sulla nuova questione meridionale e su quella del lavoro e dell’immigrazione.

Domenico Moro