La vittoria di Mamdani a sindaco di New York è sicuramente una buona notizia. Questo giudizio non scaturisce da valutazioni esageratamente ottimistiche sul cambiamento che l’”uomo nuovo” della politica a stelle e strisce, passato dall’1% al 50% da un anno all’altro, potrà concretamente praticare. Per essere chiari non ci troviamo con il socialismo alle porte negli Usa. Le dichiarazioni eccessive della sinistra italiana si incaricano soltanto di manifestarne la sua flebile e confusa identità. Molte esternazioni sono a riprova dell’assenza di una prospettiva su cui incardinare un progetto di cambiamento radicale nel vecchio continente e nel mondo, dove i processi vanno molto più veloci.
È, però, una buona notizia perché ciò che negli Usa a destra è stato scardinato da Trump potenzialmente può trovare un contraltare di indirizzo opposto. Non è di poco conto che Mandami venga eletto con oltre il 50% dei voti e un picco di affluenza, con moltissimi giovani e giovanissimi, che non si registrava dal 1969 (seppure parliamo sempre del 41% degli aventi diritto). Un’elezione che diventa ancora più sorprendente visto il risicato 7% del candidato repubblicano e il 41% dell’altro candidato sostenuto dall’establishment democratico e in parte dallo stesso Trump. È non usuale che negli Usa sfondi un musulmano, dichiaratamente socialista, non americano, che ha apertamente parlato di Genocidio a Gaza, che ha dichiarato che farà arrestare Netanyahu nel caso mettesse piede a New York, che ha messo al centro del suo programma, con una piattaforma concreta e realizzabile, le condizioni di vita degli americani che non ce la fanno: blocco dei prezzi degli affitti, supermercati comunali per il controllo dei prezzi, asili gratuiti. Parole d’ordine che negli Usa sono rivoluzionarie e, ormai da qualche anno, risultano esserlo anche da questa parte del mondo.
È la voce di quel popolo in un’America in declino, sempre più sulla soglia di un’implosione sociale e politica, che rende questa elezione un bagliore nel buio in cui da decenni precipita senza freni la superpotenza d’oltreoceano.
Probabile, possibile che Mamdani sarà risucchiato dal marciume in cui sono impantanati i gangli del potere americano, ma la novità è il risveglio nella testa di una parte dei proletari e sottoproletari di quella parte del mondo di un’opzione che non sia “American the first” ma “Working Class the first”. Certo, New York è New York e il tutto potrebbe rimanere confinato nella Grande Mela ma i processi disgregativi della società americana sono, probabilmente, meno lineari di quello che possiamo pensare noi, con un’idea degli Usa solo agganciata al suo ruolo di superpotenza. Durerà, non durerà? Quello di cui analiticamente si può essere certi è che durerà il declino e l’impatto della fine del dominio del dollaro a livello globale e questo aspetto accentuerà lo scontro sociale e politico negli Usa determinandone gli assetti politici interni meno scontati che in passato e con essi il grado di aggressività nel mondo. Anche per questo dobbiamo essere più che interessati a ciò che avviene nel profondo di quel Paese in questa delicata fase.
Una delle frasi che colpisce di Mamdani è “non ci dobbiamo vergognare di ciò che siamo”. Questa frase dovrebbe essere scritta nelle stanze di tutti i dirigenti della sinistra in Italia, dove lo sport principale è stato quello di fare di tutto per espiare i propri sensi di colpa proponendosi per anni con mille vestiti diversi pur lasciando inalterata una fragile ed annacquata identità.
La capacità di definire un’identità chiara attorno ad alcuni elementi che si inquadrano nei processi mondiali e tornare ad aggredire con la forza della chiarezza gli aspetti più duri che aggrediscono da anni gli interessi delle masse popolari è la chiave della ripresa possibile di una sinistra di classe anche in Italia. E si parla di cose concrete, non astratte. Dare spessore, ad esempio, alla manifestazione dei due milioni di persone che hanno attraversato Roma il 4 di ottobre dovrebbe essere il cruccio più importante per provare a costruire un salto di qualità qui ed ora ad una prospettiva di cambiamento. Per farlo ci vuole coraggio e idee chiare senza lasciarsi travolgere da un quotidiano che spegne anche le intenzioni più ardite o tentennando sulla rottura con chi a sinistra si fa establishment. Quei due milioni sono ancora lì, molti di loro non votano da anni ed altri, i giovanissimi presenti a migliaia, non hanno mai votato. Ecco, loro possono essere una forza dirompente e se c’è qualcosa da imparare da quanto successo a New York è in primo luogo questo.