Sulla questione Ucraina le posizioni nella maggioranza di governo e nelle opposizioni si sono espresse in maniera articolata pur mantenendosi dentro un quadro di scaramucce interne nel concreto poco incisive.
Nel Governo la dialettica, per ora solo a parole, vede Meloni e Forza Italia da una parte e la Lega dall’altra.
All’opposizione, il Movimento 5 stelle e Avs si confrontano con il PD, a sua volta con diverse differenziazioni, insieme a Renzi e al sempre più grottesco Calenda.
Quella che si consuma in quest’ultima fase, in cui Trump gioca un ruolo più deciso per arrivare ad un accordo con la Russia con l’obiettivo di strapparla alla Cina, è una lacerazione accentuata tra amministrazione americana e paesi europei che, invece, insistono per continuare la guerra e, in ogni modo, mantenere una tensione ostile con Mosca.
Come spiegava bene Domenico Moro su questa rivista, diverse sono le ragioni che spingono i principali Paesi della UE ad ostacolare la pace disegnata da Trump: un mix dettato dalle élites capitalistiche euro atlantiche che storicamente puntano alla disgregazione e all’indebolimento della Russia, insieme alla rivalsa antirussa, soprattutto francese, in declino nelle sue tradizionali ex colonie africane proprio a discapito del vecchio orso. Infine, da non sottovalutare, il volano economico che rappresenta il piano di riarmo di centinaia di miliardi di euro incardinato ormai nei progetti dei principali paesi europei.
Questi elementi si scontrano sul piano egemonico con il consenso con cui le forze politiche devono fare i conti.
Se tale questione è, in parte, momentaneamente risolta da un astensionismo sempre più cronico, resta influente il peso che hanno gli articolati interessi della società italiana che esprimono le due coalizioni.
Nel centrodestra, FdI, attraverso la sua premier, nel suo essere perno del governo cerca di trovare continuamente un equilibrio tra il suo alleato più affine d’oltreoceano e le spinte dei maggiori Paesi europei. La sua eterogenea base di massa, centrata attorno all’arcipelago del cosiddetto ceto medio composto da piccoli e medi imprenditori sempre in bilico tra ricchezza e povertà, professionisti e settori popolari delle periferie urbane, è insofferente all’establishment europeo e, in parte, attirata dal trumpismo. Con pirotecnici equilibrismi la premier si barcamena dentro questo quadro di riferimento attenta non scontentare nessuno sia a Washington che a Bruxelles e tenendo artificiosamente alta la polemica interna con il centrosinistra al fine di limitare il dibattito pubblico sui temi dirimenti della politica estera e i suoi effetti sulle masse popolari, riducendo anche essi ad un autopromozione della presidente del Consiglio. A questo equilibrismo si accoda, con uno sbilanciamento più forte verso la Ue, Tajani di Forza Italia.
La Lega, invece, si può definire in questo momento il partito più trumpiano nel Governo. I settori di borghesia delle medie aziende esportatrici del Paese e la classe operaia, ad essa legata nel destino e sul terreno egemonico, sono certamente i primi colpiti dal cambio di rotta a cui ha portato la guerra in Ucraina con gli aumenti dei costi energetici e la chiusura di una parte importante dei mercati di sbocco.
Speculare è il discorso per il centrosinistra dove il PD, ormai tradizionalmente connesso agli interessi euro atlantici, vive una difficoltà a ricollocarsi contro l’alleato americano mescolando pozioni più progressiste, pur presenti in maniera minoritaria e opportunistica in quel partito, con la vocazione alla nostalgia per la politica USA che ha portato allo scoppio del conflitto in Ucraina.
Dal canto suo Avs, pur introducendo una posizione che privilegia il piano diplomatico nella soluzione del conflitto e blocchi la politica di riarmo, resta in una posizione ambigua sul piano di pace rimanendo agganciata ad un europeismo di maniera che rende difficile su questo tema una posizione di rottura con la leadership europea e quindi con il PD.
Infine, il Movimento 5 stelle sembra l’unico a muoversi provando a rompere l’equilibrio sul tema con le altre forze del cosiddetto campo largo, seppure minata dalla modalità spesso spericolata di Conte di lasciarsi tatticamente mille porte aperte.
Quello che può far detonare le contraddizioni nelle forze politiche è la riattivazione di quella parte di popolo che rimane a casa ma che, si è visto in piazza su Gaza, è alla ricerca di una forza che ne catalizzi le potenzialità.
Riportare ad un protagonismo chi oggi non vota ha un peso importante perché le posizioni nelle forze politiche esistenti si divarichino sempre più, aprendo ad opzioni che finalmente possano rendere possibile nel Paese una nuova dialettica di massa.
Si può dire con certezza che la situazione politica, seppure apparentemente stabile, resta fluida e in un contesto mondiale così dinamico non può che essere così.
Le fibrillazioni nelle forze politiche e lo spazio perché ne emergano delle nuove è più di una possibilità.
Il piano inclinato verso la guerra non potrà essere lineare e proprio lì si trova potenzialmente lo spazio per evitarla.