Il corteo del 4 ottobre è stato imponente e lascia un segno importante nel Paese che non può e non deve essere disperso nella tregua che i responsabili e i complici del genocidio, a partire dal nostro governo, si affrettano a chiamare pace. Il sollievo dei Gazawi esausti perché le bombe si sono, per il momento, fermate non può che essere anche il nostro ma la pace è un’altra cosa.
Chi non ammette che i milioni di persone scesi in piazza a Roma e nel mondo contro il genocidio siano stati fondamentali nell’approdo al cessate il fuoco è in malafede o un osservatore poco attento.
Ciò che ha colpito di più della marea umana che ha attraversato Roma era la sua assoluta genuinità. Vanno ringraziate ancora le forze sociali che promuovo da tempo la mobilitazione sulla Palestina, in primo luogo l’Usb e il sindacalismo di base, ma l’evento in qualche modo storico di vedere sfilare CGIL e USB nella stessa piazza non ci sarebbe stato se non fosse stato evidente da giorni che quel movimento aveva acquisito il più vasto consenso popolare degli ultimi, almeno, venti anni.
Pochissimi gli spezzoni organizzati, la marea, a volte silente, sfilava senza appartenenze ma con la volontà di affermare la determinazione contro il genocidio, l’oppressione e l’enorme ingiustizia che attraversa il mondo anche oltre la Palestina. Non può far respirare un’aria diversa la quantità enorme di giovani di tutte le età che diffondevano solo con la loro presenza una sensazione di futuro.
Molto si è parlato degli striscioni e degli scontri ai margini. Sui primi mi dilungherò un po’, sui secondi non credo sia utile spenderci una riga.
Parlare degli striscioni ci permette di entrare nel merito di ciò che sta accadendo negli ultimi giorni con i negoziati voluti da Trump che hanno portato al cessate il fuoco. In questi negoziati non sono coinvolti i palestinesi, che vengono trattati come fossero una variabile estranea alle dinamiche che dovrebbero determinarsi nell’area. Non vi è alcun riferimento ai crimini che i genocidi hanno perpetrato a Gaza e così, con un colpo di spugna, si presenta il piattino come fosse l’antipasto di un futuro radioso per tutti. Infine, il fatto di non liberare il leader più carismatico dei palestinesi, Marwan Barghuthi, rende evidente l’assenza di volontà di Israele e dei suoi complici di avere un interlocutore in grado di rappresentare l’intero popolo di Palestina.
Lo striscione di apertura “Palestina libera dal fiume al mare”, presentato come uno scandalo da molti politici e dai maggiori media mainstream italiani, è in realtà uno slogan semplice ma efficace che esprime un concetto molto chiaro ovvero che non esisterà mai pace se nella Palestina storica non potranno tutti vivere liberi, palestinesi compresi. Quello striscione era non solo l’apertura del corteo ma veniva spontaneamente cantato da una parte rilevante dei partecipanti. Di fronte ad Israele ed i suoi allenti, che vogliono costruire dal “fiume al mare” ancora un futuro di schiavitù per il popolo palestinese e una roccaforte occidentale, non si può non alzare la bandiera della libertà nella maniera più chiara possibile. Dal fiume al mare, invece, potrebbero vivere liberamente in uno Stato unico binazionale ebrei, musulmani, cristiani, atei senza più barriere confini e filo spinato. Continuare a parlare dei due popoli due stati, mentre al contempo e di fatto si impedisce di far nascere quello palestinese, è un’ipocrisia ormai insostenibile. Con Gaza distrutta e il 42% della Cisgiordania colonizzata da Israele, di cosa stiamo parlando? Altra cosa è il riconoscimento dello Stato di Palestina che ha un significato politico importantissimo in questa fase e che il nostro governo, sotto dettatura americana, non è riuscito ancora a proclamare. Riconoscere lo Stato di Palestina, infatti, sottolinea ancora di più la completa illegalità con cui si muove Israele.
La stessa ipocrisia è quella che giudica comodamente da un divano occidentale il modo in cui i palestinesi dovrebbero vedere il 7 di ottobre, su cui ci sono e restano le ombre sul ruolo avuto dall’intelligence israeliana nell’esito di quella drammatica giornata e di cui non si può non immaginare e comprendere il dolore delle famiglie dei civili uccisi e rapiti, mentre non dice una parola, o la dice in maniera diversa, sui massacri che dal ’48 fino al genocidio di oggi hanno decimato la popolazione palestinese. A Gaza i morti potrebbero essere fino a 200.000 e c’è chi ha la sfrontatezza di definire semplicemente “eccessi” le azioni criminali israeliane.
Il rischio ora è che quel popolo sceso in piazza fuori dall’onda emotiva dei bombardamenti rifluisca.
Il salto di qualità, che hanno rappresentato quel corteo e questi mesi di mobilitazione, sarà destinato a durare se, soggettivamente, quella piazza troverà sulla strada un progetto politico che ne colga le istanze fondamentali. In questo senso, i risultati elettorali in Calabria ci confermano che il non voto continuerà ad essere tale se alla volontà popolare di riscatto e cambiamento non corrisponde un’ipotesi alternativa credibile.
In ogni caso si può dire, però, che con il corteo del 4 ottobre la speranza ha battuto un colpo.