AMERICA LATINA, TEMPI DURI, MA SIEMPRE ADELANTE!

Gli eventi degli ultimi anni e in modo particolare la guerra in Ucraina e quelle in Medio Oriente, stanno oscurando, a livello mass-mediatico, gli eventi, pur numerosi e significativi, che stanno accadendo in America Latina, un continente in perenne bilico tra emancipazione e sottomissione agli Stati Uniti.

 

Incominciamo dal Venezuela, paese in cui la situazione è controversa e le interpretazioni che si danno sono discordanti.

Come è noto, dopo il brutale sequestro del presidente Nicolas Maduro e della moglie Cilia Flores attraverso una cruenta azione militare, al governo è subentrata l’attuale presidente Delcy Rodriguez.

Oggi è evidente che siamo in presenza di una situazione di compromesso. Ma è proprio sulla natura di tale compromesso che divergono le opinioni: si va da chi vede nella presidente attuale una “traditrice” della rivoluzione bolivariana, che sta gettando il paese nelle mani degli USA, a chi vede una piena continuità con la situazione di prima.

L’interpretazione che appare più sensata è quella di un accordo tacito, per cui Washington è arrivata a controllare in larghissima parte il petrolio venezuelano, e ciò in funzione della guerra che sta conducendo a livello mondiale per il controllo delle risorse energetiche, finalizzato soprattutto al contenimento della Cina (non a caso la tappa successiva è stata l’attacco all’Iran, solo che in questo caso gli sta andando decisamente male). L’altro lato del compromesso è che gli USA lasciano (almeno per il momento) il Venezuela in pace, senza mettere becco nelle politiche di stampo socialista che il paese continua a portare avanti più o meno in continuità con il passato.

 

Accanto al Venezuela abbiamo la Colombia, ossia un paese che per decenni ha costituito forse il perno della penetrazione statunitense in America Latina, esprimendo a lungo governi di destra e fortemente filo-USA. Dal 2022 tuttavia, il neo-presidente Gustavo Petro – con un passato di vicinanza alla guerriglia – ha provato a cambiare rotta, prendendo in una certa misura le distanze dagli USA, riallacciando i rapporti diplomatici con il Venezuela di Maduro e spostando a sinistra l’asse della politica di Bogotà.

Tale mutamento rischia di essere però messo in discussione. Nelle ultime elezioni il candidato di destra filo-USA ha preso più voti di quello vicino a Petro, ma, non avendo nessuno superato il 50%, si andrà il 21 giugno al ballottaggio.

 

In Perù le recenti elezioni non hanno ancora dato un risultato certo. Il candidato della sinistra, Roberto Sànchez, è in leggerissimo vantaggio sulla Keiko Fujmori, di estrema destra, ma ancora ci vorrà un po’ prima di avere risultati definitivi, anche perché denunce di brogli non mancano.

Va ricordato che in Perù l’ultimo presidente eletto dal popolo, Pedro Castillo – nonché il primo a provare ad invertire la rotta dopo decenni di politiche ultra-liberiste – dopo solo un anno e mezzo di governo, venne estromesso, grazie all’ennesimo colpo di Stato giudiziario, cosa che provocò una ribellione popolare soffocata nel sangue, con decine se non centinaia di vittime.

 

Discorso per certi versi simile è quello della Bolivia. Cacciato via Evo Morales – leader indiscusso dei ceti popolari, dei lavoratori – attraverso la solita magistratura, dopo una serie di vicissitudini, oggi abbiamo un governo di destra, neanche a dirlo filo-USA, ma nelle ultime settimane il popolo è ritornato ad esprimersi con numerose manifestazioni e scontri di piazza, chiedendo le dimissioni di Rodrigo Paz, il quale pensa di schierare l’esercito contro di essi.

 

Un altro grosso problema è costituito dalla situazione di Cuba. Non contenti di aver imposto oltre 60 anni di embargo economico all’isola, gli Stati Uniti con Trump hanno ulteriormente inasprito tale blocco, creando non pochi problemi ad un paese peraltro privo di risorse energetiche. Per giunta il tycoon continua a minacciare di invadere il paese e di porre fine alla sua rivoluzione. Per fortuna alcuni paesi – tra cui la Cina, ma anche la Russia e altri ancora, come il Messico – hanno forzato con successo tale blocco, alleviando così in parte le sofferenze della popolazione. La situazione rimane però molto critica.

 

Situazione interessante abbiamo invece nel Messico, paese che, nonostante confini con gli Stati Uniti e abbia subito per decenni una subalternità alle sue politiche, dal 2018 ha visto un’inversione di tendenza, con la vittoria di Morena, una forza politica di sinistra e con forte vocazione all’indipendenza da Washington. Prima con la presidenza di Lopez Obrador e, dall’ottobre 2024 di Claudia Sheinbaum.

Governi che si sono espressi con maggiori investimenti sulle politiche sociali, sul trasporto pubblico, ma anche sulla sicurezza (in un paese dove i livelli di criminalità e di violenza sono a dir poco alle stelle). Anche in politica estera la coraggiosa Sheinbaum non perde occasione di criticare gli USA e Israele, ma anche di appoggiare realtà come Cuba.

 

Questa breve e succinta panoramica sui paesi dell’America Latina non comprende una serie di altre realtà – pensiamo solo, tanto per fare un esempio, al Brasile, all’Argentina o al Cile – che al momento sembrano vivere una situazione di relativa stabilità e tranquillità, anche se stiamo parlando pur sempre di realtà dove la brace cova sotto la cenere e dove problemi e tensioni potrebbero scoppiare da un giorno all’altro.

 

Quello che tuttavia in questa sede ci interessa maggiormente, non è tanto e solo illustrare le realtà particolarmente “calde” e le dinamiche palesi in un continente, come l’America Latina, considerato da secoli il “cortile di casa” degli Stati Uniti, concetto peraltro ripreso e ribadito recentemente da Donald Trump. Sicuramente più utile è provare a cimentarsi nella non facile impresa di individuare delle tendenze di fondo, anche alla luce di ciò che sta accadendo nel resto del mondo.

È dai primi anni 2000, ossia da più di vent’anni, che l’America Latina sta conoscendo una forte e inarrestabile ventata di progressismo che si declina in varie tendenze: da quelle di stampo più ‘socialdemocratico’ e indipendentista (rispetto agli USA), a quelle più socialiste. Una stagione che ha prodotto dei risultati quasi incredibili, se si pensa a ciò che era stato per lungo tempo quel sub continente.

Come era facile da prevedere, tuttavia, le forze della reazione – in parte autoctone, ma in gran parte soprattutto quelle legate all’imperialismo statunitense – hanno fatto di tutto per fermarle, ricorrendo a varie misure, e in modo particolare ai classici colpi di Stato (a volte “soft”, o giudiziari, ma anche brutali e violenti, potendo contare su un compiacente silenzio mass-mediatico, almeno in Europa).

Ora con Trump stiamo assistendo ad un vero e proprio giro di vite e forse mai come oggi le forze progressiste in America Latina si trovano in condizioni particolarmente difficili, come si è visto sopra, pressate dall’imperialismo yankee.

Ma tutto lascia pensare che questa fase non sia destinata a durare a lungo: il tycoon si trova in grosse difficoltà, anche all’interno degli Stati Uniti, ed è prevedibile che sia destinato a breve quantomeno ad indebolirsi (elezioni di midterm). Ma il dato più significativo è un altro e non riguarda certo solo chi è il presidente USA di turno. Parliamo del lento ma progressivo mutamento dei rapporti di forza a livello mondiale, che vede Washington perdere sempre più potere in favore di Cina e Russia, nonché dei paesi del BRICS+ (di cui fa parte anche il Brasile). Si tratta di paesi la cui presenza e influenza nel continente latino-americano è in costante crescita.

Quella che oggi si presenta come una tendenziale sconfitta, potrebbe tramutarsi domani in una vittoria.