Negli ultimi giorni è arrivata l’ennesima conferma, questa volta da parte dell’intelligence egiziana, del fatto che Netanyahu sapeva in anticipo dell’attacco di Hamas il 7 ottobre 2023. L’obiettivo è molto chiaro: liberarsi di Netanyahu, divenuto ormai impresentabile, a meno di un mese dalle elezioni israeliane.
Il mandante dell’operazione è piuttosto chiaro: il governo degli Usa. La soffiata dell’intelligence dell’Egitto, paese controllato e finanziato dagli Usa, è passata attraverso il Wall Street Journal, che è di proprietà del miliardario Rupert Murdoch, sostenitore della grande finanza Usa e ultra-repubblicano. Evidentemente, il mastino israeliano alla fine è risultato poco controllabile per il padrone Usa in diversi contesti (compresi quelli dell’Iran e del Libano). Urge, quindi, un cambio di premier.
Comunque, lo sfratto statunitense nei confronti di Netanyahu è anche una risposta a chi diceva che la potenza egemone dell’imperialismo occidentale, cioè gli Usa, potesse essere controllata da un paese come Israele, che ne è la centesima parte e che, senza aiuti militari e finanziari degli Usa e senza l’appoggio delle loro Forze Armate, collasserebbe in poco tempo. È, piuttosto il contrario, sono gli Usa che si servono degli israeliani per controllare l’area più importante del mondo in termini di risorse energetiche, anche se Israele spesso agisce di testa sua.
Anche gli imperialisti europei, soprattutto Francia e Regno Unito, hanno preso le distanze da Netanyahu negli ultimi mesi, a differenza del governo Meloni e del governo tedesco di Merz, il quale sosteneva, durante la prima e fallita aggressione contro l’Iran nel giugno 2025, che “Israele sta facendo il lavoro sporco per noi”. Inoltre, la comunità ebraica Usa, che ha sempre sostenuto Israele, sul genocidio di Gaza sembrerebbe spaccata. Il 61% degli ebrei statunitensi ritiene che Israele abbia commesso crimini di guerra, mentre il 68% esprime una valutazione negativa sull’operato di Netanyahu.
Ad ogni modo, è veramente insopportabile che queste rivelazioni da parte di paesi arabi vengano fuori solo adesso, dopo tre anni di genocidio palestinese. Se fossero venute fuori prima, avrebbero potuto cambiare la situazione? Forse sì. In ogni caso, le responsabilità, non solo degli Usa ma anche di governi arabi come quelli di Emirati Arabi Uniti (i primi ad avvertire Netanyahu dell’attacco) ed Egitto, sono, come spesso accade per quanto riguarda i palestinesi, notevoli.
La caduta eventuale di Netanyahu, però, non garantisce niente ai palestinesi, visto che sono la natura coloniale dello Stato di Israele e gli interessi imperialistici nell’area degli Usa ad essere il problema, non il singolo premier, per quanto criminale possa essere. La questione che sarebbe da affrontare è l’assetto politico generale del Medio-Oriente, basato sui governi delle élites arabe, subalterne se non complici dell’imperialismo occidentale.
Ad ogni modo, le cause antiche e meno antiche dell’oppressione israeliana sui palestinesi sono riconducibili soprattutto a Regno Unito e Francia, ma anche a Italia e Germania, tutte nazioni di cui il colonialismo israeliano e l’ideologia sionista sono storicamente un derivato. Ciò comporta che siamo soprattutto noi europei a doverci muovere, facendo pressione sui nostri governi, allo scopo di ottenere almeno sanzioni dure non solo contro i coloni ma anche contro Israele, di cui la Ue è il maggiore partner commerciale, e l’interruzione delle collaborazioni militari e industriali e delle esportazioni di armi, che continuano a venire dalla Germania e dall’Italia.