Il mondo è una polveriera.
Sotto i colpi della crisi e il declino dell’Occidente i nodi vengono prepotentemente al pettine.
Francia, entrata ufficialmente in recessione tecnica, Spagna, Albania, Serbia, Germania, Italia, Svizzera (alle quali si aggiunge la Polonia, dove c’è stato un tentativo di colpo di stato) vedono emergere la rabbia sociale che sta invadendo le piazze delle loro principali città.
Manifestazioni che, ad esempio in Serbia, hanno portato alla cacciata del governo a favore di un’inedita “lista degli studenti”. Questo per dire che non si tratta di “semplici” proteste. Tutte hanno al centro questioni materiali (caro vita, istruzione e questione abitativa) e una chiara posizione contro il riarmo e la guerra. Soprattutto, hanno una spiccata natura politica.
Non sono sufficienti a delegittimare la protesta, che ha assunto una dimensione popolare e di massa, le demonizzazioni verso quella parte marginale, ma anch’essa pienamente dentro il disagio delle nuove generazioni senza futuro, che si è spinta ad attaccare e a saccheggiare alcuni negozi di lusso. Sul piano politico queste mobilitazioni hanno radici nelle immense manifestazioni contro il genocidio in Palestina dello scorso anno ed evidenziano un livello più avanzato di consapevolezza del terreno di scontro. La Palestina ricorda, in qualche modo e con le dovute differenziazioni storiche, quello che il Vietnam ha rappresentato per la generazione del ’68.
Una consapevolezza che, lo racconta la storia, si implementa in maniera esponenziale proprio dentro le esperienze di lotta.
Le dinamiche che il terremoto della crisi del modo di produzione capitalistico scatena si riflettono nella dialettica dei fragilissimi partiti in particolare nel nostro Paese.
Il PD è attraversato dal tentativo sia di mantenere il ruolo di Partito affidabile per l’establishment sia di essere riferimento delle piazze che protestano. È una contraddizione che si palesa nella dialettica interna tra “riformisti” e “correntone”, a partire dal nodo su Kiev. Per la Schlein non sarà possibile barcamenarsi troppo.
Sono piazze che si “intromettono” nel campo largo, rendendo più rigide le posizioni del M5stelle sulla fine del sostegno a Kiev con le armi e sulla possibilità che nella coalizione sia presente Renzi con tutte le conseguenze politiche del caso.
AVS continua a mantenere quell’impostazione “per battere la destra” che la ingessa in una posizione troppo legata al “campo largo”. Questa posizione ha un respiro corto che non guarda alle sfide strategiche che il mondo oggi presenta: politica estera e questioni di classe non si possono più affrontare stando nel mezzo.
Probabile si dia per scontato che quelle piazze stiano da quella parte. Ma non è così.
Quello che sta accadendo ormai da anni in Italia, e non solo, è una grande fluidità del consenso con forze che passano facilmente da cifre da prefisso telefonico a oltre il 40% e viceversa. Gran parte di quella piazza potrebbe continuare ad astenersi se non trova una proposta politica all’altezza.
Nel nostro Paese, quindi, sta entrando in agenda la questione dello sbocco politico a queste mobilitazioni ormai di carattere europeo. Uno sbocco che, se non ci sarà, non porterà in automatico i consensi che l’attuale opposizione si aspetta.
In questo senso che le forze più a sinistra del campo largo non pongano al Pd un out out sui nodi politici principali, manifestando la possibilità che, in caso contrario, la coalizione salterebbe, è il loro vero punto di debolezza. Le divisioni all’interno del Pd e la piazza che cresce darebbero il giusto spazio a questa impostazione.
Detto questo le stesse dinamiche interne al centrodestra riflettono gli effetti della forza delle mobilitazioni (dentro ci sono molti dei loro elettori come gli agricoltori, vasti settori della borghesia in difficoltà e settori popolari da tempo base di massa della destra) e degli scenari foschi che si presentano all’orizzonte: prezzi energia, inflazione, caro affitti, impoverimento generale.
Salvini è stato rieletto con la parola d’ordine “basta soldi a Kiev” (posizione condivisa anche da Zaia, uno dei suoi principali antagonisti interni), mentre per Vannacci sembra già rallentata la “grande avanzata”, forse anche per la scarsa credibilità del ceto politico che compone il suo partito e la sua area di riferimento.
È evidente che la sfida per tutte le forze politiche è un mondo che sta stravolgendo il suo volto e i cui esiti stanno dentro un salto che si sta producendo nel processo storico.
Dopo le elezioni di medio termine negli USA potrebbe scoppiare una nuova guerra in Iran con conseguenze ancora più catastrofiche per le economie europee. Questo significa che abbiamo visto molto, ma sicuramente non tutto.
Si ha, allo stesso tempo, l’impressione che non solo l’autunno sarà caldo ma che sempre più le classi dominanti rischiano di perdere il controllo sugli effetti devastanti della crisi e sempre più si aprono crepe, pronte a richiudersi in ipotesi reazionarie, dentro un sistema che fa sempre più fatica a tenersi su. In questo contesto il rumore del popolo fa paura.