“Non saremo il cortile di casa di nessuno”, questa è stata una delle prime frasi che ha detto Luìs Inacio Lula Da Silva, più noto semplicemente come Lula, appena saputo che era stato eletto di nuovo Presidente del Brasile dopo aver vinto il ballottaggio col 51,8% contro Flavio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, ora in carcere.
Il riferimento non è soltanto al passato storico per cui i paesi dell’America Latina hanno subito per almeno due secoli una condizione di subalternità nei confronti degli Stati Uniti, subalternità che si è tradotta molto spesso in colpi di Stato e in dittature feroci e sanguinarie, oltre che nel brutale sfruttamento delle risorse locali negli interessi delle grandi compagnie targate USA. Tale frase è rivolta anche e soprattutto al presidente statunitense Donald Trump, il quale circa un anno fa nel suo programma ha ritirato in ballo l’ottocentesca Dottrina Monroe, dicendo a chiare lettere che il Sudamerica appartiene alla loro sfera di influenza e che intende contrastare qualunque influenza esterna che non sia quella yankee.
Se è vero che gli effetti della Dottrina Monroe non sono mai venuti meno durante questi due secoli – tantomeno con i governi democratici – è pure vero che nell’ultimo anno la stretta impressa da Trump si è fatta sentire in modo particolarmente forte. Ricordiamo che a partire dal 2000 in poi l’America Latina aveva conosciuto, anche se in modo contraddittorio e altalenante, una stagione di graduale avanzamento delle forze politiche progressiste, spesso intente anche a perseguire una reale indipendenza, o quantomeno a ritagliarsi spazi di autonomia, rispetto alla pesante cappa dovuta all’egemonia di Washington. Tale ondata progressista aveva toccato, in periodi e in forme diverse, paesi che vanno dal Venezuela all’Argentina, dal Messico al Perù, dalla Colombia alla Bolivia, dall’Uruguay all’Honduras.
Già da prima dell’avvento della seconda presidenza del tycoon, e a maggior ragione dopo, il clima è cambiato in America Latina e già si inizia a parlare di ‘ventata di destra’, anche se si tratta in questo caso di una ‘ventata’ dovuta molto più a colpi di mano che non ai pronunciamenti elettorali, come si è visto soprattutto in Venezuela – con il sequestro di Maduro e della moglie da parte dei militari statunitensi – ma anche in Perù, con l’ennesimo colpo di Stato giudiziario contro il presidente eletto Pedro Castillo e in Colombia dove Gustavo Petro, l’unico presidente della storia colombiana non subalterno, ha perso per un soffio le ultime elezioni, segnate da una pesante interferenza degli Usa, oltre che quasi sicuramente da brogli elettorali.
Per non parlare del vergognoso e disumano blocco fortemente inasprito contro Cuba, che rischia di mettere k.o. perfino la storica rivoluzione castrista. Quindi con il quasi totale isolamento di Cuba e con il ridimensionamento della rivoluzione bolivariana in Venezuela – la cui situazione rimane controversa e di difficile interpretazione, ma in ogni caso molto indebolita rispetto a prima – gli unici baluardi del progressismo rimasti nel continente latino-americano erano costituiti dal Messico di Claudia Sheinbaum e soprattutto del Brasile di Lula, peraltro facente parte dei BRICS+.
Se fosse caduto anche quest’ultimo la situazione nel continente si sarebbe fatta davvero molto pesante per le politiche indipendenti e progressiste. La vittoria di Lula segna quindi un’importantissima battuta di arresto di questa ‘ventata di destra’ e delle politiche trumpiane e statunitensi in generale. Anche se va detto – entrando ora nello specifico del paese carioca – che l’attività governativa per Lula sarà tutt’altro che semplice. Dalle ultime elezioni politiche del 4 ottobre, infatti, il partito maggiormente rappresentato nelle due camere – Camera dei deputati e Senato federale, i quali formano l’organo legislativo, il Congresso nazionale del Brasile – è il Partito Liberale di Bolsonaro, il quale farà di sicuro opposizione serrata.
E meno male che, almeno in questa fase, l’economia brasiliana sembra stia andando abbastanza bene, con una crescita non particolarmente elevata, ma comunque sostenuta (il Pil aumenta di poco più del 2%), e con indici abbastanza buoni. Molto dipende anche dal fatto di far parte, come già accennato, del BRICS+ (il più importante partner economico del paese carioca è la Cina). Ciò fa sì che vi siano diversi settori della borghesia che lo sostengono, anche se le origini di Lula e la sua base elettorale rimangono in grandissima parte popolari.
In ogni caso il Brasile, con un governo diretto da Lula, potrebbe essere un tassello molto importante per la (si spera) futura ripresa del movimento progressista in tutta l’America Latina. Certo, molto dipenderà anche da altri fattori: intanto l’esito delle elezioni di mid-term negli USA, ma soprattutto l’emergere, a livello mondiale, di un mondo sempre più multipolare.