L’attacco di Trump alla Meloni è un toccasana per la Presidente del Consiglio, dopo il disastro referendario e la cacciata dei personaggi più imbarazzanti dal governo. Sganciarsi da un Trump che ora appare più isolato, oltre che inviso all’opinione pubblica di mezzo mondo e anche a buona parte dell’elettorato di destra e moderato del suo schieramento, permette alla Premier di rilanciare un suo ruolo anche in Europa. Il vertice convocato su Hormuz con Macron e Merz sembra proprio avere l’obiettivo di dare il segnale della volontà di mostrarsi lontana da Trump, ricollocando il nostro Paese nel confronto tra Usa e UE, in particolare sui dossier attualmente in agenda.
Lo smarcamento definitivo è iniziato con una dichiarazione a mezzo stampa in difesa di Leone XIV, nove ore dopo l’attacco al Papa del Presidente americano, che ha portato ad una reazione sintetizzata dall’intervista che Trump ha rilasciato al Corriere della sera lo scorso 15 aprile. Nell’intervista Trump, paventando rischi definitivi per il nostro Paese, sottolinea con il suo solito grottesco show la rottura con il governo italiano.
C’è da scommettere che in quelle nove ore, attraverso le diplomazie dei due Paesi, Trump sia stato avvertito che per l’Italia era insostenibile un attacco al Papa senza che la Premier italiana dicesse qualcosa. In ogni caso, sia che sia concordato sia che non lo sia, questo scambio ha aperto, come detto, una nuova fase nei rapporti tra Governo italiano e quello americano. E non solo con il Governo americano. Infatti, subito dopo Trump, è stata la volta di Israele, verso cui la Premier ha annunciato lo stop al rinnovo automatico dell’accordo sulla cooperazione militare. Sembra forma ma non lo è. Sembra, quella della Meloni, una corsa da una parte a recuperare consensi interni e dall’altra a posizionarsi di fronte alla crisi americana, all’isolamento del suo Presidente, che il consenso lo sta perdendo anche in patria.
L’attacco all’Iran, dettato dalla volontà Usa di riprendere con la forza il controllo di un’area del mondo cruciale, come il Venezuela e il Medio-Oriente, per provare a ridare vigore alla centralità del dollaro quale valuta di riserva mondiale, ha viceversa accelerato i processi che portano all’indebolimento della presa americana sull’area e sul dominio mondiale. Il confronto su Hormuz, nato dopo l’attacco israelo-americano e non prima, ha al centro il controllo dello stretto di una delle rotte più importanti per le vie del petrolio, che interessa in particolare l’approvvigionamento della Cina. Prima della guerra Hormuz era libero, quindi il nodo è un altro.
Non da ora il 20% degli acquisti di petrolio non avviene più in dollari ma in yuan, rupie indiane e rubli. La prima conseguenza è stata la riduzione della quota di riserve mondiali in dollari delle maggiori banche centrali del mondo e la messa in discussione della sostenibilità del gigantesco debito commerciale e pubblico degli Usa. In questo senso stiamo parlando di una questione esistenziale. La resistenza iraniana all’aggressione e l’insicurezza dei paesi del Golfo di fronte a tale contesto possono portare ad accelerare tali processi. Come ci ricordava Domenico Moro in un suo recente articolo in questa rivista, la Cina ha quasi dimezzato i titoli del debito americano passando da un picco di 1300 miliardi agli attuali 700.
Le politiche di Trump fino alla guerra in Iran, insomma, cominciano ad apparire una mossa disperata di frenare l’inesorabile declino americano con l’effetto esattamente contrario, ovvero di accelerarlo. Una mossa disperata ma evidentemente fallimentare negli esiti. Il viaggio di Papa Leone XIV in alcuni paesi africani e la sua visita all’interno della grande Moschea di Algeri segnano, insieme alle sue dichiarazioni, un salto di qualità nel suo operato, fino ad oggi quasi invisibile, che insieme ad un nuovo protagonismo riflette la tendenza all’isolamento di Trump e con lui della potenza americana. Un Trump forte difficilmente sarebbe stato attaccato dal Papa americano. Nelle dinamiche di questi giorni, forse, si scorge la logica della scelta del Vaticano caduta su Leone XIV.
Gli stessi argomenti usati dal Tycoon contro la Meloni risultano deboli e spuntati, seppure lascino intravedere scenari foschi all’orizzonte. Se e quando finirà l’era di Trump, i problemi strategici resteranno sul tappeto e le scelte americane difficilmente saranno quelle di accettare passivamente il tramonto. Non c’è dubbio che tale cambio di orientamento del Governo italiano rischia di spiazzare l’opposizione che ha già iniziato ad incartarsi nelle solite logiche interne sulla leadership come se la partita contro la Meloni fosse già vinta.
Se andiamo sui contenuti l’opposizione si pone a guardiano dell’ostilità alla Russia, gioisce per la vittoria di un ex uomo del partito di Orban, perché più filoeuropeo, e non costruisce un paradigma alternativo dentro il terremoto che continua a cambiare gli equilibri tra le maggiori potenze del mondo. Insomma, se Sparta piange e fa una svolta a 180 gradi, Atene non ride perché appare, ad oggi, incapace di dare un senso di rottura al voto referendario e alle piazze piene di giovani riempitesi contro il genocidio di Gaza. Quando lo fa, agisce in superficie mantenendo il terreno della critica tutta sul piano morale ma nella sostanza, insieme ad insanabili contraddizioni, facendo prevalere una logica da establishment.
La situazione continua ad essere in continua evoluzione e lo scenario internazionale continua a correre su un crinale molto pericoloso e il pericolo peggiore continua a venire da Occidente.