Quasi tutti i commenti seguiti al vertice di Pechino tra Xi Jinping e Donald Trump lasciano trasparire la delusione per un incontro che era partito in pompa magna e con tante aspettative e che invece sembra essersi concluso con risultati molto scarsi.
Spesso però quando abbiamo a che fare con una delusione, non è tanto l’evento in sé a non essere stato all’altezza, quanto le aspettative ad essere irrealistiche.
E quali erano le aspettative? Ovviamente dipende dai soggetti: quelle di Trump e degli statunitensi non erano certo le stesse di quelle della dirigenza cinese. Per non parlare di quelle degli altri soggetti che non hanno partecipato (europei, asiatici, ecc.).
Ma una cosa è certa: se qualcuno credeva che il tycoon, forte della sua posizione di leader della più grande potenza mondiale (almeno fino a poco tempo fa), sarebbe riuscito ad imporre le sue esigenze ad un paese più debole o arretrato, evidentemente aveva fatto male i suoi calcoli.
Una volta le cose andavano così, ma i rapporti di forza a livello mondiale sono profondamente mutati negli ultimi anni.
Non è facile capire che cosa si aspettasse lo stesso Trump, dal momento che ormai ci ha abituati alle sue quotidiane “sparate”, che sembrano fatte più per confondere le idee all’interlocutore, che non per stabilire delle precise rivendicazioni.
È interessante però il fatto che il presidente USA non sia andato a Pechino da solo, bensì con una schiera di magnati dell’imprenditoria e della finanza yankee (Elon Musk, tanto per dirne uno).
Senza entrare troppo nello specifico, rispetto alla guerra economico-commerciale che gli Stati Uniti – e Trump nello specifico – avevano scatenato contro il Dragone, a suon di dazi, sembra che si è giunti se non ad un accordo vero e proprio, quantomeno ad un armistizio.
Xi insiste a ripetere che vuole un rapporto (anche) economico costruttivo con Washington, cosa da cui entrambi avrebbero da guadagnare. Il suo motto è la “stabilità”.
I commenti dei magnati (almeno di qualcuno) sembrano esprimere grande soddisfazione dall’incontro di Pechino, anche se appaiono più dichiarazioni di facciata.
Anche sulle questioni geopolitiche più gravi il vertice non sembra aver prodotto grossi risultati. Se il desiderio di Trump era che la Cina intervenisse sull’Iran per spingere quest’ultimo a riaprire lo Stretto di Hormuz, non sembra che sia riuscito in tal senso. D’altronde il Dragone è forse il paese che meno risente degli effetti devastanti di tale chiusura, sia perché Teheran lascia passare le navi petroliere dirette lì, sia perché prende anche il petrolio dalla Russia (contrariamente ai miopi europei) e comunque ne ha immagazzinato grosse scorte.
Dalle dichiarazioni che ha fatto il tycoon – non confermate però dai cinesi – sembra che Pechino si sia impegnata a non fornire più armi all’Iran. Quanto ci sarà di vero e quanto di propagandistico nelle sue affermazioni?
L’altra questione è quella di Taiwan, che per la Cina è importante non solo perché, come è noto, la considera parte del suo territorio, ma anche per la sua produzione di microchip, fondamentali per lo sviluppo tecnologico di Pechino.
Quello di Taiwan è il tema su cui Xi Jinping ha usato i toni più duri, arrivando a dire che su questo punto si rischia di arrivare una guerra, se la cosa non viene gestita in modo “corretto” dagli yankee.
È curioso che su questo punto Trump non sembra aver rilasciato dichiarazioni.
Un altro tema particolarmente importante, sempre a livello geostrategico, è quello della guerra Russia – Ucraina (e, indirettamente, NATO). Tema che all’apparenza non è stato minimamente toccato in questo vertice. Ma non sembra credibile che, quantomeno a porte chiuse, Xi e Trump non abbiano detto nulla su questo argomento.
Anche perché il 20, ossia a una settimana di distanza, è prevista un’altra visita di un altro capo di Stato in Cina: Putin.
Ricapitolando: dalle dichiarazioni ufficiali il Vertice di Pechino sembra aver prodotto molto poco, la classica montagna che partorisce il topolino. Non solo non vi sono state dichiarazioni congiunte, ma ciò che riportano gli statunitensi non è del tutto in sintonia con le uscite della dirigenza cinese, come se avessero visto due film diversi.
La sensazione tuttavia, è che – come accade spesso in questi casi – ci sia dell’altro che non viene reso pubblico.
A prescindere dai risultati concreti, però, questo vertice riveste comunque un’importanza cruciale per le future dinamiche a livello mondiale.
Quello che appare sempre più chiaro è che gli statunitensi non sono più in grado di imporre alcunché alla Cina. La stessa citazione di Tucidide, fatta da Xi, lascia intendere non soltanto che gli Stati Uniti siano un paese in decadenza, ma anche che la Cina avrebbe potenzialmente tutte le carte in regola per affrontare uno scontro di grandi dimensioni con la prima e di vincerlo. Solo che non vuole farlo.
Trump sembra averla capita bene questa cosa, tanto è vero che durante il vertice, lungi dall’esternare il suo abituale atteggiamento spavaldo e arrogante, si è presentato come collaborativo, arrivando addirittura a tessere le lodi di Xi.
Se questo vertice ha prodotto qualcosa, questo è senz’altro la sanzione che il mondo unipolare a trazione USA è definitivamente tramontato. Ora siamo in presenza quantomeno di un mondo bipolare USA – Cina.
O forse multipolare. Vediamo che cosa uscirà fuori dal prossimo vertice Xi Jinping – Putin.