È passato poco più di mezzo anno da quando gli Stati Uniti hanno invaso militarmente il Venezuela per andare a sequestrare il Presidente del Venezuela Nicolàs Maduro – regolarmente eletto dal popolo – e la moglie Cilia Flores.
Un’azione a dir poco criminale e in barba alle più elementari regole del diritto internazionale. Azione che l’Unione Europea – al 21° pacchetto di sanzioni contro la Russia – si guarda bene in questo caso dal condannare.
A Nicolàs Maduro è succeduta, come presidente ad interim, la vice-presidente Delcy Rodriguez, come previsto dalla Costituzione, ormai al settimo mese di governo.
Nei confronti dell’operato del nuovo governo post-Maduro stanno emergendo, all’interno della sinistra radicale italiana, delle critiche via via sempre più dure, le quali in sostanza accusano la Rodriguez di ‘tradimento’ della Rivoluzione Bolivariana e di totale cedimento – o capitolazione – nei confronti degli Stati Uniti.
Sono critiche che a prima vista appaiono legittime, in quanto è evidente che il paese caraibico ha perso buona parte della sua sovranità ed è su diversi aspetti subordinato a Washington, soprattutto per ciò che riguarda la gestione di gran parte del petrolio, la ricchezza numero uno del Venezuela.
Tuttavia ci sono diversi elementi che non convincono in questa interpretazione, a partire dallo stesso episodio del 3 gennaio scorso (data dell’operazione militare che ha portato al sequestro di Maduro e della moglie), episodio che in alcune di queste versioni viene addirittura considerato quasi alla stregua di un banale incidente di percorso, che non dovrebbe minimamente inficiare il corso della rivoluzione.
Viceversa, un’azione del genere è da considerarsi a tutti gli effetti come una pesante sconfitta per la Rivoluzione Bolivariana, oltre che un chiaro monito di stampo mafioso per chi dovrà succedere a Maduro. In ogni caso, se tradimento c’è stato, questo è precedente al 3 gennaio e forse ha riguardato più gli alti vertici dell’esercito, che non quelli politici.
Purtroppo le dinamiche di quell’evento sono tuttora poco chiare e non si capisce quanto la scarsa resistenza dell’esercito venezuelano (dai cui ranghi peraltro proveniva Hugo Chàvez) sia dovuta a corruzione e quanto alle soverchianti capacità tecnologiche delle forze militari USA.
Una cosa è certa: il Venezuela bolivariano non aveva la forza che ha dimostrato avere l’Iran (dove pure traditori e doppiogiochisti non sono mancati).I
In ogni caso la presidente attuale, Delcy Rodriguez, continua a reclamare tutti i giorni la riconsegna di Nicolàs Maduro e della moglie e ribadisce che il presidente legittimo rimane sempre lui.
Per quanto riguarda la politica interna non ci sono al momento segnali che il governo attuale intenda portare avanti lo smantellamento delle politiche sociali in favore dei ceti popolari, che hanno caratterizzato i precedenti governi.
Alcuni ritengono che è solo questione di tempo e che con i proventi del petrolio passati in gran parte agli USA, sarà comunque sempre più difficile proseguire con tali politiche. Ma questo è ancora tutto da vedere. In ogni caso parlare di ‘tradimento della rivoluzione’ appare quantomeno prematuro.
Un altro elemento che stride, e non poco, contro il discorso ‘tradimento-capitolazione’ è il sostanziale mantenimento delle sanzioni USA (e occidentali) contro il Venezuela.
Ciò è stato particolarmente avvertito dopo il tremendo terremoto che ha colpito il paese nel giugno scorso. Medicinali e attrezzature indispensabili scarseggiavano a causa dell’embargo.
Che senso avrebbe mantenere le sanzioni nei confronti di un paese ‘capitolato’?
Ma uno degli elementi più significativi è dato dai rapporti internazionali. A quanto è dato sapere, Caracas continua a mantenere rapporti economici e politici significativi con Russia, Cina e Iran. Rapporti che riguardano il petrolio, ma anche tecnologia e altro. Con la Russia esiste addirittura una cooperazione a livello militare (ma non alleanza, che è un’altra cosa) che non sembra essere venuta meno con il nuovo governo Rodriguez.
Si sono invece un po’ allentati i rapporti con Cuba (soprattutto la fornitura del petrolio), ma questo per esplicita imposizione da parte di Trump.
Sui rapporti in modo particolare con Russia e Cina andrebbe fatta una riflessione un po’ più ampia, tenendo presente il contesto e le dinamiche mondiali, e qui ritorna in ballo l’Iran.
Per quale motivo Teheran, a differenza del Venezuela, è riuscita a rispondere in modo così formidabile alla guerra che Stati Uniti e Israele gli hanno scatenato nel febbraio scorso? Sicuramente per maggior forza e coesione interna, nessuno lo nega. Ma probabilmente non solo per quello.
L’incredibile efficienza tecnologica dell’Iran è chiaramente anche il frutto di notevoli aiuti (tecnologici e verosimilmente anche di intelligence) che gli sono stati forniti dalla Cina e dalla Russia. Aiuti di cui il Venezuela ha usufruito in misura molto più ridotta.
I motivi di privilegiare l’Iran al Venezuela potrebbero essere almeno tre: il primo è dato dalla vicinanza geografica di Teheran e quindi dalla maggior facilità ad essere raggiunto.
Ovviamente non si tratta solo di una questione di vicinanza, quanto del fatto che si trova in Asia, ossia nello stesso continente del Dragone e di gran parte della Russia, mentre Caracas fa parte di un continente, come l’America Latina, storicamente subordinato dagli States e recentemente rivendicato da Trump come loro sfera di influenza.
Un altro motivo è che, in un contesto di ‘terza guerra mondiale a pezzi’ (che di fatto è già in atto) il Medio Oriente è di gran lunga più strategico di quanto non lo siano i Caraibi o il Sudamerica.
Non è da escludere dunque che Russia e Cina abbiano ritenuto il Venezuela troppo distante e difficile da difendere – oltre che, come già detto, meno strategico – e abbiano preferito impegnarsi molto di più per sostenere la Repubblica Islamica.
Si tratta ovviamente di supposizioni.
C’è un altro elemento che sembra essere stato dimenticato, ma che probabilmente continua a covare sotto la brace: nell’ottobre dello scorso anno il premio Nobel ‘per la pace’ è stato dato a Corina Machado, una guerrafondaia amica di Netanyahu, nonché golpista (aveva partecipato al tentativo di colpo di Stato, poi fallito, contro Chàvez, nel 2002). Un’operazione chiaramente orchestrata dai settori reazionari e anti-bolivariani venezuelani e occidentali e finalizzata in prospettiva al rovesciamento della Rivoluzione Bolivariana e al ritorno al potere dell’oligarchia filo-USA.
Tuttavia, contro ogni aspettativa, dopo il sequestro di Maduro, Trump ha preferito lasciare il governo alla Rodriguez e ai bolivariani, scaricando la Machado. Perché?
È da escludere che lo abbia fatto per simpatie politiche. Alla luce di ciò che è accaduto un mese dopo – la guerra all’Iran – si comprende meglio il motivo di tale scelta: una volta assicuratosi il controllo di buona parte del petrolio venezuelano, non poteva evidentemente perdere altro tempo in un lungo e complicato cambio di regime. A quello magari ci avrebbe pensato più avanti.
Il risultato è stato quello di un compromesso. Ossia, stringi stringi: tu (governo venezuelano) mi cedi la gestione del petrolio e io ti lascio politicamente in pace. Un compromesso di sicuro pensato come temporaneo da parte del tycoon e che con tutta probabilità sarebbe stato già cassato, se le cose in Iran fossero andate come previsto. Quindi un accordo che continua a sopravvivere, anche se rimane intrinsecamente fragile.
Tale compromesso, però, ha lasciato senza dubbi l’amaro in bocca a gran parte dei settori reazionari e anti-chavisti, i quali, dopo il sequestro di Maduro, già sognavano la morte definitiva della rivoluzione bolivariana e il ripristino del pieno potere delle grandi lobbies. E di una cosa possiamo essere certi: i primi a desiderare la fine del governo di Delcy Rodriguez sono proprio questi.