VIRGINIA LIBERO E LA PACE NEL MONDO

“Non saremo noi i soldati delle vostre guerre”, è questa una delle frasi chiave pronunciate dalla Segretaria dei Giovani Democratici che ha fatto molto discutere in questi giorni e che, seppure con mille distinguo, ha evidenziato una difficoltà reale del Partito di Elly Schlein. L’umore di massa contro l’invio di armi a Kiev è noto nel Paese ormai da anni e la distanza tra i partiti politici maggioritari su questo tema è evidente sia a destra che nel centrosinistra.

Non sappiamo se il suo intervento sia stato concordato con i vertici del Partito per “coprirsi a sinistra”, in ogni caso è un intervento che tiene conto di questi umori. L’Italia, pur con il suo evidente declino della sinistra radicale, è anche il Paese che ha portato un milione di persone, in prevalenza giovani, nelle piazze contro il genocidio del popolo palestinese.

Questo spunto ci è utile per ragionare sul quadro che si sta definendo in Italia ed in Europa in vista dei grandi appuntamenti elettorali che si svolgeranno in Francia con le presidenziali ed in Italia il prossimo anno.

In Meclemburgo-Pomerania sono risultate la vittoria dell’AFD con il 38% e, come era già avvenuto poche settimane fa in Sassonia-Anhalt, il crollo della CDU, che per la prima volta nella sua storia non riesce ad entrare in un parlamento regionale. A Berlino ha trionfato la Linke con il 25%. Berlino è una realtà particolare nel contesto tedesco ma quello che accomuna questi risultati è legato alla crisi profonda della locomotiva tedesca su cui la guerra in Ucraina ha un ruolo cruciale.

In Francia la Le Pen è data in vantaggio, in Italia la dialettica nei due schieramenti è legato prima di tutto alla questione della guerra e della pace. Le mobilitazioni di questi giorni in Francia contro il caro carburante sono il preludio di quanto potrà avvenire nei prossimi mesi, come non è da sottovalutare la mobilitazione sulla casa che in questi giorni sta occupando la piazza principale di Madrid.

La gran cassa antirussa ha sempre funzionato poco ma ora mostra ancora più la corda alla luce dei risultati di una strategia che ha continuato ad indebolire l’economia europea e sta mordendo la carne e i sangue del ceto medio e delle masse popolari. L’apertura del fronte in Medio Oriente, che tende anch’esso a cronicizzarsi, rende potenzialmente insostenibili i costi sia per le aziende energivore che per i lavoratori.

L’insofferenza cresce in questa parte del mondo mentre, come dimostrano le elezioni nonostante il peso delle difficoltà della guerra, mentre in Russia ancora permane un largo sostegno interno. A giustificare tali risultati non basta il richiamo “alla dittatura” di Putin. Molto si è parlato dell’esclusione di Yabloko, partito liberista e filo-occidentale, ma nella circoscrizione di Novgorod alle elezioni della Duma nazionale, l’unica dove fosse presente, il suo candidato ha preso appena il 6,5%, quello di Russia Unita il 32,8% e quello del Partito comunista il 17%. Del resto, esiste un’opposizione a Putin ancora più oltranzista e radicale del leader del Cremlino riguardo al modo in cui viene condotta la guerra contro l’Ucraina.

In realtà il nodo di fondo della Russia minacciata da Occidente è un cemento che in quel paese ha radici storiche antiche che arrivano fino all’invasione guidata dalla Germania nazista, e che ancora pesano. La storia conta. Per un Paese che da Occidente le invasioni le ha sempre subite diventa quasi naturale mantenere una coesione di fronte all’evidente tentativo, ormai quasi secolare, di praticare l’obiettivo di dissolverne l’unità per divorarne le ricchezze. Non è un caso, da questo punto di vista, se il Partito di Putin si chiama “Russia Unita” e alle ultime elezioni per la Duma ha ottenuto circa il 57% seguito dal 14% del Partito comunista della Federazione Russa, che, pur criticando duramente Russia Unita, appoggia l’intervento militare, perché a difesa della popolazione del Donbass nei confronti dell’aggressione del governo ucraino e contro l’espansione a est della Nato. In ogni caso, se in Russia le elezioni sono oggettivamente condizionate dal conflitto, in Ucraina le elezioni non si stanno tenendo affatto e diversi sono i partiti messi fuori legge, tra cui il Partito comunista ucraino.

In tale contesto è evidente che la dialettica tra il cosiddetto “campo largo” e il centrodestra al governo è assolutamente insufficiente per coprire un elettorato sempre più sofferente ed insofferente al contesto che continua a peggiorare.

La crescita di Vannacci, a cui fanno da eco le politiche anti migranti del governo, è anch’essa fortemente legata alla posizione sulla guerra in Ucraina, così come sul campo opposto i decibel alzati da Conte del M5stelle sul tema rendono plasticamente evidente che i due campi non sono autosufficienti nel comporre il dibattito del Paese.

Mentre a destra, però, tutto sembra confermare una presenza elettorale separata tra Futuro Nazionale e il resto del centrodestra, nel campo largo l’iniziativa di Conte sta aprendo una crepa nel PD. Anche dentro questa logica si può leggere l’uscita di Virginia Libero.

Ora il tema sarà cosa produrrà questa accelerazione imposta dal M5stelle. Se una composizione al ribasso di un campo destinato alla sconfitta e a riprodurre quanto già visto in passato oppure se, anche alla luce della nuova legge elettorale, una proposta politica che sia in grado di sparigliare le carte.

Il tema non è “battere la destra” ma rilanciare un’ipotesi politica che abbia al centro una nuova politica estera, un superamento del patto atlantico e un maturo sguardo verso est utilizzando le enormi potenzialità del ruolo ponte che il nostro Paese può avere nel Mediterraneo.

Per fare questo il no alle armi a Kiev, supportato da una nuova idea di costruzione delle relazioni internazionali e di costruzione pacifica della cooperazione tra popoli, è decisivo per il rilancio della diplomazia quale chiave per affrontare i temi strategici che sono dietro quel conflitto a partire dalla ripresa di un dialogo con la Russia in cui diplomazia e interessi reciproci vengano messi al centro. Così come chiaro deve essere il posizionamento di rottura con lo Stato d’Israele, rilanciando lo storico ruolo dell’Italia nel mondo arabo.

Infine, non si può continuare a considerare la Cina (che è non solo la più grande potenza economica del pianeta ma ha in nuce le potenzialità, dentro enormi contraddizioni, di far emergere elementi sistemici che in sé ribaltano la logica capitalistica del profitto come unico motore della produzione) un competitor contro cui costruire argini a favore di un imperialismo euroatlantico declinante. Su questo il passo concreto che fece a suo tempo l’Italia con il premier Conte attraverso la firma dell’accordo sulla “Via della seta” è un’intuizione che dovrebbe essere rilanciata.

In questo modo si potrebbe parlare di politiche industriali, di rilancio del welfare in opposizione alla logica del riarmo, quale volano della crescita industriale. Il no netto al riarmo a scapito di quel che resta del welfare solo dentro questo più complesso quadro diventa chiaro. Non basta essere per la pace nel mondo. Non basta più.

Questi sono i temi su cui si avrebbe l’impressione di avere una voce alternativa nel Paese. Questi sono i temi che chi ha cuore un cambiamento sistemico oggi potrebbe sostenere.  Pare assai evidente che, se questi sono i temi decisivi, contenerli in un campo che va da Conte a chi nel Pd ha firmato l’orribile legge sull’antisemitismo pare politicamente impossibile. Poi siamo abituati a tutto, ma l’esito sarebbe davvero scontato.