IL CONFLITTO ISRAELO-PALESTINESE E LA PROPAGANDA DI GUERRA

Sulla guerra in Medio-oriente e la questione israelo-palestinese Domenico Moro e David Insaidi hanno già dato su questa rivista un quadro esaustivo di merito sia sul piano storico-politico sia su ciò che riguarda le dinamiche internazionali relative ad un mondo sempre meno controllato dagli Usa e i suoi alleati.

Su questi aspetti, quindi, solo alcuni cenni per concentrare l’attenzione sul modo in cui viene raccontata.

La pericolosità della fase che stiamo attraversando nasce proprio dal declino inesorabile del dominio degli Usa sul piano globale. Gli Usa non sono così forti da poter frenare la loro caduta e non sono così deboli da cedere il passo pacificamente alle potenze ormai dichiaratamente emerse. La conseguente definizione di blocchi contrapposti (accentuata dalla guerra in Ucraina) sta diventando la premessa verso uno scontro sempre più diretto ed esplicito tra potenze.

L’Italia è in questo quadro che ha dismesso completamente il suo storico ruolo di ponte con il mondo arabo. La scelta ha una storia lunga negli ultimi trent’anni e in questa fase è legata proprio alla logica dei blocchi: quanto avvenuto sulla guerra in Ucraina (tutt’ora in corso e sparita solo dai media) si sta ripetendo nel conflitto riesploso agli occhi del mondo.

Da questo punto di vista lo schieramento mediatico ha un qualcosa di impressionate, in Italia ma non solo. “La fabbrica del falso”, come la chiama Vladimiro Giacché in un suo bellissimo saggio, pur dovendo fare i conti con la realtà di una Gaza sotto le bombe e ormai invasa, usa un linguaggio e messaggi in filigrana tesi ad orientare l’opinione pubblica tendendo (nelle posizioni più moderate) a mettere sullo stesso piano le responsabilità israeliane e palestinesi. Tutti hanno ragione, nessuno ha ragione e alla fine la ragione è del più forte.  Accanto a queste posizioni, poi, ci sono quelle della destra (Mediaset può essere ribattezzata Tele Tel Aviv) che sposano completamente quanto sta facendo Netanyahu e il suo esercito.

Ascoltare le trasmissioni televisive o leggere i più grandi giornali nazionali è diventato un esercizio difficilissimo per chi prova a ragionare dentro la complessità del contesto. I media sono sempre più, in larga parte, megafono dell’irresponsabile politica del blocco euro atlantico.  Così è sempre stato ma, in assenza di un’opposizione interna significativa sulle questioni dirimenti e con il serrare le fila dentro un contesto di guerra, si sta spingendo questa logica oltre il tollerabile.

Dopo oltre venti giorni di bombardamenti a tappetto su un fazzoletto di terra dove vivono due milioni di persone e l’uccisione di oltre 3300 bambini e complessivamente 9000 palestinesi ancora si discute se questo massacro sia legittimo oppure no. Ascoltare le dichiarazioni dei leaders occidentali che chiedono ad Israele di non esagerare e tutelare i civili mentre è in corso un massacro è anche quella una forma che edulcora le responsabilità e, sottilmente, cerca di affermare che ancora non sia avvenuto ciò che si sta consumando in quella terra martoriata.

Per chi scrive il massacro di civili inermi è sempre condannabile. Quindi, se è orribile e da condannare l’uccisione di civili da parte di Hamas nell’attacco del 7 di ottobre, mi chiedo come si possa non condannare il massacro di Gaza che ha già moltiplicato per 6 i morti complessivi e ha portato ad oggi all’uccisione di 3300 bambini. Mi domando, per rimanere nel XXI secolo, come non si possa tener conto dei 6700 morti palestinesi che si sono avuti dal 2008 al settembre 2023. Per dare una dimensione a questi numeri un rapporto dell’Onu afferma che in Ucraina in due anni di guerra i morti civili su tutto il fronte dal Donbass a Kiev sono stati 9701 di cui 555 bambini (il 6% del totale, contro il 41% del totale avvenuti a Gaza dove quasi lo stesso numero di morti c’è stato in diciotto giorni). Se si giustifica tutto questo, quale credibilità hanno i leaders occidentali a condannare gli attacchi che colpiscono i civili in Ucraina?

Eppure, se si ascolta la sottile differenza che la maggior parte dei media fanno dell’intera narrazione si tende ad umanizzare al massimo i morti civili israeliani e a deumanizzare quelli palestinesi: il 7 ottobre c’è stato un massacro barbaro, a Gaza, invece, ci sono effetti collaterali. In tutto questo si rimuove dal lessico pubblico l’occupazione militare israeliana (rimuovendo il fatto che il diritto a resistere e a difendersi ce l’ha in primo luogo chi è occupato secondo le norme internazionali) o al massimo si aggiunge come fosse un dettaglio. In tutto questo si fa finta di niente di fronte alle abominevoli azioni dei coloni israeliani che in queste ore ancora stanno espellendo i palestinesi dalle loro terre coperti dall’esercito di Tel Aviv. Le colonie negli ultimi anni e mesi sono cresciute a dismisura spezzettando la Cisgiordania e rendendo impossibile l’opzione dei “due popoli due stati”.  Dettagli macroscopici senza i quali nulla si può comprendere. Al fondo il tema è la logica coloniale che sottende a tutto, una logica che porta a considerare gli arabi, i non occidentali, inferiori e che, in quanto tali, possono avere concessioni dai più forti ma non diritti.

Su questa base la risoluzione del Consiglio europeo che parla di “pause umanitarie” invece di chiedere il cessate il fuoco è il timbro di voce flebile che si ha nei confronti di Israele e che rimbalza nell’informazione nelle forme distorte già indicate. Un’informazione che è più realista del re. In Israele, infatti, media autorevoli attaccano violentemente e inchiodano Netanyahu molto di più di quanto facciano la maggioranza dei giornalisti e dei politici nostrani.

Tutto questo si chiama propaganda di guerra. Perché è dentro la guerra che stiamo, pur non essendone consapevoli. L’unica arma che si può avere in questo contesto è provare a informare e sostenere coloro che sul campo provano a togliere il velo di menzogne che vengono raccontate. La presa di posizione di Zero-Calcare, che si è rifiutato di partecipare all’evento Lucca-Comics perché patrocinato dall’ambasciata israeliana, è un segno non solo di coraggio dell’artista ma che la verità anche nel nostro Paese può prendersi il suo spazio con maggiore forza.

La dirompente drammaticità delle notizie e delle immagini che circolano in rete e le contraddizioni tra le grandi potenze rendono in ogni caso l’informazione meno “blindata”.  Le oceaniche manifestazioni pro-Palestina in moltissimi Paesi, non solo nel mondo arabo, sono proprio il frutto degli squarci di verità che si aprono. Allo stesso tempo queste manifestazioni sono carburante importante per percorrere la strada che inverta la drammatica rotta che si è intrapresa.

Come già detto è indispensabile valorizzare le contraddizioni che inevitabilmente lo scontro tra potenze sta aprendo. La dichiarazione del Segretario generale dell’ONU Guterres sarebbe stata impensabile qualche anno fa. I 142 voti favorevoli dell’Assemblea delle nazioni unite a fronte di pochissimi voti contrari (Tra cui Usa e Israele) e astenuti (tra cui vergognosamente l’Italia) per un “cessate il fuoco” sono lì a confermare che quelle parole del segretario generale Guterres derivano da rapporti di forza che stanno velocemente cambiando.

Che la controinformazione e la mobilitazione abbiano un effetto lo dimostra anche la reazione fatta di scomuniche e non solo. Non è un caso che all’aumento dei cortei per numero e partecipazione siano corrisposte azioni violente da personaggi non identificati come è successo al blogger italo palestinese pestato a Roma pochissimi giorni fa o ai continui divieti delle autorità verso i simboli della Palestina.

Dove non arriva la propaganda può arrivare l’intimidazione ma nel XXI secolo, dove ogni fatto e notizia circola velocemente, forse, anche questa può avere gambe e fiato corto.