IL RADUNO NERO DI SALVINI, TRA SALTIMBANCHI E REALTA’

Il raduno del gruppo europeo “Identità e Democrazia” (ID), ribattezzato dai principali media “raduno nero” di Firenze, ha aperto la campagna elettorale per le elezioni europee nel nostro Paese: Europa, Immigrazione, famiglia tradizionale sono i temi messi al centro. Più sfumate le questioni relative alla politica internazionale dove si oscilla tra l’alleanza atlantica e la volontà di uscire dalla guerra in Ucraina.

L’ormai saltimbanco per eccellenza della politica italiana, Matteo Salvini, ha lanciato la sfida per costruirsi uno spazio con cui possa rimontare il dilagare nel suo campo di Fratelli d’Italia. L’Europa ancora una volta diviene un palcoscenico in cui esercitare la propria radicalità per poi venire prontamente disattesa alla prova dei fatti nella politica interna completamente sottomessa ad essa.

Salvini, da vero clown, riesce a fare questo gioco nonostante oggi sia pienamente interno al governo guidato da Giorgia Meloni. In tale quadro ha affermato che con i suoi compagni di viaggio di ID condivide tutto tranne la dichiarata volontà di più soggetti che ne fanno parte di uscire dall’Euro. La Premier dal canto suo, con coerenza rispetto alla linea europeista e filoccidentale che si è data da quando è al governo, guarda a rafforzare il gruppo dei Conservatori (tra i partiti che ne fanno parte ci sono la spagnola Vox e il Pis polacco), in vista di una possibile alleanza se non una vera e propria convergenza più stretta con i popolari Europei.

Salvini guarda con un occhio al rafforzamento di ID e con l’altro alla contesa con Fratelli d’Italia e Giorgia Meloni che lo ha reso da protagonista assoluto della politica italiana a cavallo del 2018/19 a guardiano del bidone (Il Ponte sullo Stretto).

Il tema centrale dello scontro è stato presentato a Firenze in relazione alla necessità di superare “l’inciucio” tra socialisti e popolari che governa ormai da tempo l’Europa. Nonostante le roboanti frasi di Salvini si ha tanto l’impressione che gli stessi protagonisti del Gruppo ID non abbiano preso benissimo il protagonismo del nostro Ministro dei Trasporti viste le assenze alla Convention dei leaders dei maggiori partiti come la Le Pen e l’olandese Geert Wilders, che hanno parlato solo con un video messaggio, o l’annuncio del leader rumeno Simion di una prossima sua adesione ai Conservatori Europei. Probabilmente si rendono conto del peso politico di Salvini in Italia e della necessità di tenere una porta più o meno aperta a chi oggi detiene le carte della destra italiana ovvero Giorgia Meloni. Tutto questo sapendo che se non avranno i numeri i Popolari torneranno all’”inciucio”.

Detto questo tale spinta alla radicalizzazione nasce da una realtà oggettiva che vede quello spazio tendenzialmente scoprirsi visto l’assoluto allineamento della Meloni ai principali diktat imposti dalla Ue e dalla Nato. Il tema principale di riflessione su questa Convention, dal mio punto di vista, sta proprio qui.

L’Elitè capitalistica e gli assetti di potere occidentali vivono in una continua rincorsa finalizzata a mantenere il proprio esercizio egemonico dentro la tempesta della crisi, della guerra e di un futuro che continua a preannunciarsi sempre più plumbeo. Il loro lavoro di condizionare, scendere a patti o arginare sussumendo a sé tutte le forze che si palesano a rappresentare parti di un blocco sociale continuamente spinto al disfacimento ha riguardato la sinistra che ne è stata stritolata e la destra nelle sue mutevoli forme.

La reintroduzione del patto di stabilità nei Paesi Ue dal prossimo anno, come ben descritto da Domenico Moro su questa rivista, renderà tale contesto ancora più complesso. Non è un caso se le forze di opposizione anche della destra radicale indichino ancora nell’Europa e nei banchieri i nemici più acerrimi dei larghi strati sociali che stanno subendo le conseguenze delle scelte che si susseguono da anni sul terreno politico, economico, sociale e di politica internazionale. Li indicano come nemici per poi piegarsi al primo soffio di vento.

La stessa questione dell’euro da destra è stata trattata con grande radicalità anche dalla Meloni che fino al 2019 nei suoi comizi fomentava le sue folle per l’uscita dell’Italia dalla moneta unica.

La destra reazionaria ha dato evidenza di stare comoda dentro questo gioco di rappresentare radicalmente gli interessi di un ceto medio massacrato da anni di ridimensionamento della propria condizione economica per poi provare a farlo sedere con il cappello in mano al banchetto di chi ha le vere leve del potere per trattare le briciole. Tutto questo smentendo quanto detto pochi anni o addirittura mesi prima del voto.

Basta vedere quanto sta facendo Giorgia Meloni o, in piccolo, alcuni intellettuali come Bagnai (da vicino alla sinistra alla Lega Nord) che fino al giorno in cui non si fossero seduti in parlamento scrivevano fiumi di articoli sull’uscita dall’Euro.

Non v’è dubbio che questo gioco nel lungo periodo ha e avrà dei limiti e il rischio che si possa arrivare ad una disintegrazione “naturale” della UE gestita da destra non è campato in aria. Anche lì le élite capitalistiche avrebbero gioco facile per scaricarne gli effetti sulle masse popolari. Andrebbe, invece, costruito un orizzonte che prospetti l’uscita dall’euro e dalla Ue che sia gestita in relazione agli interessi delle masse popolari.

Infatti, visti i venti di guerra e le contraddizioni che continuano ad acuirsi, tale scenario dovrebbe essere valutato con attenzione dalle parti della sinistra radicale e comunista. Con la reintroduzione del Patto di Stabilità e con la ripresa della guerra tra potenze, l’auspicio è che presto torni ad emergere una voce più decisa che oltre a contrastare il ritorno al medioevo di questa destra riesca a non dare più un centimetro di credibilità agli affamatori di Bruxelles che si nascondono dietro l’immagine dei più “rispettabili”.  In fondo il mondo sta cambiando e la crisi egemonica a livello globale delle élite euro-atlantiche non è detto che debbano pagarle in eterno i soliti noti.