La rivoluzione tedesca: 100 anni dall’assassinio di Rosa Luxemburg

Molto spesso i manuali di storia tendono a trascurare ciò che avvenne in Germania durante e subito dopo la Prima guerra mondiale (IGM), passando direttamente dall’armistizio alla fondazione della Repubblica di Weimar: in questo arco di tempo la gente comune, donne e uomini della classe lavoratrice tedesca, ha messo in ginocchio i ricchi del paese più industrializzato del mondo, ponendo fine alla Grande Guerra.

 

Negli anni precedenti la IGM la socialdemocrazia tedesca era diventata una minaccia per l’assolutismo, non solo in campo elettorale ma anche in quello sociale. I socialdemocratici, oltre ad organizzare scioperi e partecipare alle sedute del Reichstag, il parlamento tedesco, organizzavano anche il tempo libero dei lavoratori attraverso delle organizzazioni sportive, ricreative e culturali. Ciò permise di aggirare le repressioni della monarchia e la gente comune poteva così riunirsi nelle taverne, nelle palestre, nei club di scacchi e nelle librerie per organizzare letture collettive. Queste attività incentivarono la coesione e la solidarietà di lavoratori che altrimenti sarebbero stati isolati e demoralizzati. A partire dal 1875, anno della fondazione del Partito Socialdemocratico di Germania (SPD), la gente comune si distinse per gli accesi conflitti sociali che portarono ad aumenti salariali, riduzione delle ore e più sicurezza sul luogo di lavoro: la strategia del partito era quella di arrivare al socialismo riformando lo stato assolutista. Gli industriali però risposero imponendo un aumento della produttività, spesso grazie all’introduzione di nuove tecnologie, permettendo loro di accumulare più ricchezza di quanta ne avevano concessa ai propri dipendenti. È stato stimato che il reddito dei comuni lavoratori nel 1914 era, in rapporto ai profitti, appena un terzo di quello del 1860[1]: questo indica che furono soprattutto i ricchi a sfruttare i profitti dello sviluppo economico e i questi aumentarono ancor più vertiginosamente durante la IGM, quando il reddito degli industriali passò da 1miliardo e 656milioni di marchi nel 1912 a 2miliardi e 213milioni nel 1917[2].

La Grande Guerra ebbe un impatto catastrofico sulla vita delle lavoratrici e dei lavoratori della Germania, i quali furono spremuti fino all’osso per finanziare l’industria bellica. Il Kaiser Guglielmo II, infatti, chiedeva continui finanziamenti (i “crediti di guerra”) a industriali, banche e governi locali, imponendo a questi ultimi di sottrarre risorse destinate ai lavori pubblici e di alzare le tasse. La SPD votò i crediti di guerra non una ma ben 4 volte tra il Novembre ’14 e il Dicembre ’15. Il peso della guerra veniva dunque scaricato quasi interamente sulla gente comune attraverso le tasse e il cibo razionato: quest’ultimo era spacciato dalla monarchia come simbolo del sacrificio di tutti i tedeschi, ma i ricchi potevano permettersi di aggirare le razioni acquistando il cibo al mercato nero a prezzi altissimi. Di fronte alle continue riduzioni delle razioni, la classe lavoratrice vedeva che i ricchi mantenevano i loro alti standard di vita. A ciò si aggiungeva il blocco navale inglese, volto a strangolare l’economia tedesca per costringere il Kaiser alla resa, che colpì soltanto la gente comune causando la morte di 763mila civili durante la guerra. Nel dopoguerra, altri 150mila morirono per delle malattie derivate dalla malnutrizione.

Sia in trincea che nelle città, la morte era dunque l’unica prospettiva del tedesco comune. Nonostante la situazione, la SPD preferiva non organizzare proteste sia per paura della repressione sia perché il suo centro direttivo, guidato da Ebert, aderiva alla politica imperialistica tedesca. Questo portò alla scissione dell’ala sinistra che fondò il Partito SocialDemocratico Indipendente (USPD) nel quale confluirono anche Bernstein, Kautsky, Luxemburg e Liebknecht: un partito con posizioni eterogenee con l’unico scopo di porre fine alla guerra.

Nel Gennaio ’18 iniziarono proteste e scioperi contro la guerra e le protagoniste assolute furono le donne, perché  avevano preso il posto in fabbrica dei loro mariti o fidanzati che erano partiti per il fronte. Il governo, presieduto dal principe Massimiliano di Baden, cercò di reprimere i manifestanti e inviò i più radicali al fronte come punizione, favorendo però la ribellione perché mise in diretto contatto soldati e manifestanti. L’ammutinamento dei marinai di Kiel del 3 Novembre può essere considerato come l’inizio della rivoluzione tedesca e in soli 8 giorni costrinse la monarchia a siglare la pace. I marinai, sotto lo sguardo scioccato e terrorizzato dei loro ufficiali aristocratici, arrestarono questi ultimi e fondarono un consiglio per prendere decisioni collettivamente, al quale si unì poi il resto della città. Il principe di Baden inviò un esponente di spicco della SPD, Gustav Noske, per riportare la città sotto il controllo del Kaiser. Noske era un politico esperto con un grande carisma e riuscì a calmare gli animi grazie a piccole concessioni, promesse e richiami alla fedeltà verso la SPD. Stessa sorte toccò ad Amburgo, dove in seguito alla proclamazione della Repubblica Socialista, i moderati (SPD) e i radicali (USPD) lottarono rispettivamente per la democrazia parlamentare o quella consiliare: prevalsero i moderati e molti radicali tornarono a casa, altri invece esportarono la rivoluzione che si diffuse velocemente in tutta la Germania, fino a raggiungere Berlino. L’8 novembre l’impero costruito da Bismarck iniziò a sfaldarsi grazie alla proclamazione della Repubblica Popolare di Baviera sotto la leadership di Kurt Eisner: cadeva così il re Ludovico III di Baviera (vassallo del Kaiser. Insieme ai lavoratori, insorsero anche i contadini: mentre i primi lottavano contro gli industriali, i secondi lottavano contro l’aristocrazia terriera. Tuttavia, la Repubblica Popolare non riuscì ad unire la lotta agli industriali con quella all’aristocrazia terriera perché non si curò di varare una riforma agraria, escludendo i contadini dal processo rivoluzionario.

I mesi che seguirono furono confusi. Gli industriali più ricchi si appellarono alla SPD per combattere il bolscevismo in cambio di concessioni sociali che i lavoratori tedeschi non avevano mai avuto[3]; nel frattempo, da una scissione del USPD, il primo Gennaio ’19 nasceva il Partito Comunista di Germania (KPD) . Il Kaiser sapeva che la SPD non voleva la rivoluzione, tuttavia un capro espriatorio si doveva trovare. Ebert, altro leader della SPD, suggerì l’abdicazione del Kaiser Guglielmo II al principe di Baden e al generale Groener, i quali accettarono. Una volta fatte le valigie, Guglielmo II partì per l’Olanda mentre il principe di Baden si dichiarò reggente e nominò Ebert cancelliere imperiale: la forma di governo a cui aspiravano era una monarchia costituzionale. Il 10 gennaio, Berlino fu invasa dalle bandiere rosse e dai canti rivoluzionari che annunciavano la proclamazione della repubblica socialista. Anche questa volta fu un socialdemocratico, Scheidemann, ad intervenire ad un comizio di USPD e KPD per soffocare i radicali: temendo l’ira della gente comune, Scheidemann proclamò la repubblica senza consultare nessuno e guadagnandosi l’ira di Ebert e Groener. Costoro però accettarono la situazione perché spuntava le armi ai rivoluzionari. Ma anche se il Kaiser fu deposto e la monarchia abolita, gli ufficiali, industriali e l’aristocrazia terriera rimasero al proprio posto.

La SPD era terrorizzata dai comuni lavoratori e lavoratrici almeno quanto lo fossero gli esponenti del vecchio ordine monarchico. Ciò condusse il presidente Ebert e il generale Groener a siglare un patto per disperdere la folla, inviando prima i soldati dell’esercito (i quali però, dopo anni di guerra e davanti a molte donne lavoratrici che protestavano, si rifiutarono di aprire il fuoco e tornarono a casa) e subito dopo i Freikorps, un’organizzazione di soldati mercenari.

USPD, KPD e i rappresentanti dei lavoratori delle industrie di Berlino indissero una manifestazione per il giorno successivo, il 6 Gennaio, che divenne la più grande manifestazione operaia del tempo: più di duecentomila lavoratori rivoluzionari invasero le strade di Berlino. Nessuno si aspettava cifre simili, soprattutto i membri dell’alta società e i socialdemocratici, entrambi terrorizzati e confusi da quella che sembrava essere una rivoluzione in stile bolscevico.

Nonostante i grandi numeri, i rivoluzionari non riuscirono a capitalizzare il loro successo: i leader si limitarono a fare discorsi e cercare di convincere le truppe di Berlino a schierarsi con la gente comune. Alla fine della giornata, l’esercito di duecentomila lavoratori, pronto a prendere il potere a Berlino, tornò a casa a mani vuote. I rivoluzionari non avevano nessun piano e nessuna idea su come affrontare la situazione. Nel frattempo, la SPD aveva mobilitato diecimila militanti per difendere i palazzi del potere da eventuali assalti rivoluzionari. Questo sarebbe bastato a bloccare la rivoluzione, sfruttandone l’immobilismo per sottrarre terreno ai rivoluzionari, ma la SPD era terrorizzata e non si fidava nemmeno dei suoi iscritti. L’utilizzo dei Freikorps per la controrivoluzione dimostra che la SPD non cercava un negoziato, né un compromesso: voleva ristabilire l’ordine con la forza.

Mentre i rivoluzionari esitarono a spargere sangue in nome della rivoluzione, lo stesso non si può dire della SPD. Gustav Noske, il socialdemocratico che restaurò l’ordine a Kiel, ordinò ai Freikorps di decapitare il movimento rivoluzionario. Così il 15 Gennaio i Freikorps arrestarono i leader del KPD Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht e la stessa sera furono assassinati. Il comando di questa operazione fu affidato al Maggiore Pabst, il quale nelle sue memorie scrisse che l’ordine era arrivato direttamente dal governo; Ebert e Noske si congratularono personalmente con il Maggiore con una stretta di mano[4].

Incoraggiati dal governo socialdemocratico, i Freikorps assassinarono molti altri rivoluzionari, tra i quali Kurt Eisner, leader della Repubblica Popolare Bavarese. Stessa sorte toccò a Brema, Amburgo, Halle, e agli altri leader di Monaco. In quest’ultima, su un totale di mille vittime, 58 erano dei Freikorps e il resto erano lavoratori, la maggior parte dei quali assassinati davanti ad un plotone d’esecuzione. La violenza controrivoluzionaria fu particolarmente feroce verso le donne lavoratrici, protagoniste della rivoluzione. L’alta società accusò le donne lavoratrici di aver causato la sconfitta nella IGM e riconosceva il loro ruolo principale nell’agitazione rivoluzionaria, tanto da definire la rivoluzione “effemminata”. Per reprimerle, il governo promosse un’immagine delle donne lavoratrici come esseri brutali e violente che non meritavano rispetto e nessuna pietà. Contestualmente, le donne dell’alta società iniziarono ad impartire lezioni alle povere e alle lavoratrici sul ruolo della donna nella sfera privata, che era esclusivamente quello di madre e casalinga obbediente. Emblematica la storia di Frau Steinbring: scambiata per Rosa Luxemburg dai Freikorps, che fu condotta in caserma dove fu presa a pugni in faccia, colpita con il calcio dei fucili e infine violentata e frustata insieme ad altre 7 donne lavoratrici[5]. Un ufficiale dei Freikorps, dopo aver torturato e violentato le vittime, afferma con orgoglio:

Abbiamo fucilato tre infermiere della Croce Rossa… abbiamo fucilato con piacere queste ragazzine, piangevano e ci imploravano di risparmiarle. Ma niente da fare![6]

Un’altra testimonianza è stata riportata in una lettera di un volontario dei Freikorps nella Ruhr, ai suoi genitori:

Non perdoniamo nessuno. Spariamo anche ai feriti. […] Il nostro battaglione ha perso due uomini, i Rossi due o trecento. Chiunque ci capita tra le mani viene colpito con il calcio del fucile e poi viene finito con un proiettile[7].

Nonostante la feroce repressione, il tentativo rivoluzionario ottenne dei risultati concreti: la fine della guerra, l’abolizione della monarchia e il suffragio universale femminile. Tuttavia, sebbene il governo fosse nelle mani della SPD, il potere rimase nelle mani degli industriali e degli aristocratici.

Nel 1920 il KPD perse un’altra opportunità, nel prematuro colpo di stato della destra noto come Kapp putsch. Ben presto la gente comune si rese conto che la scelta non è mai stata tra il socialismo tramite riforme o quello tramite rivoluzione, ma tra l’epurazione del vecchio ordine sociale (industriali, ufficiali dell’esercito, magistratura ecc.) o la restaurazione. Il 13 marzo 1920 il generale Luttwitz, insieme ai Freikorps, decisero di rimuovere il governo SPD eletto l’anno prima e di instaurare Kapp come cancelliere. L’esercito scelse di non difendere la repubblica. Il giorno dopo fu indetto uno sciopero generale che bloccò le città di Berlino, Chemnitz, Francoforte e l’ammutinamento dei marinai di Whilelmshaven: lo sciopero generale impedì ai golpisti di governare e il 17 marzo Kapp fu costretto a fuggire in Svezia in aereo.

La SPD, tradita dal vecchio ordine sociale con il quale si era alleata, entrò in profonda crisi: i suoi iscritti e il sindacato chiesero l’espulsione di Noske, Ebert e altri moderati e un’alleanza a USPD e KPD per fare un fronte unito contro il vecchio ordine. Non si trattava certo di una rivoluzione, ma avrebbe posto condizioni favorevoli per l’epurazione dell’esercito e, con il senno di poi, avrebbe reso difficile l’ascesa dei nazisti. L’USPD però si rifiutò di siglare accordi con la SPD, anche se indebolita, perdendo così l’opportunità di un governo dei lavoratori.

Le scelte politiche della SPD sono certamente indifendibili: essere i mandanti degli omicidi di migliaia di lavoratori e lavoratrici per difendere l’assolutismo non ammette spiegazioni né giustificazioni. Tuttavia, la SPD non fu l’unico motivo che portò al fallimento della rivoluzione. Sicuramente anche l’attendismo dei rivoluzionari, la mancata chiarezza sugli obiettivi e sulla linea politica, dovuta alla presenza di leader opportunisti all’interno dell’USPD (Kautsky, Bernstein), l’incapacità di organizzare per tempo un partito autonomo dal punto di vista di classe e rivoluzionario, il prevalere di un orientamento estremista quando tale partito verrà organizzato e, infine, il mancato coinvolgimento dei contadini ne impedirono il successo. Altri motivi furono il blocco navale britannico, che continuò anche nei mesi successivi alla IGM causando penuria e inedia tra la gente comune; la mancata epurazione degli elementi reazionari nell’esercito e, sopratutto, la grande dinamicità della borghesia tedesca. Allo scoppiare della rivoluzione nel Novembre del ’18, gli industriali accettarono ogni richiesta dei lavoratori sperando di prevenire o di salvarsi dalla rivoluzione.

Gli anni successivi alla rivoluzione furono quieti, ma con lo scoppio della crisi del ’29 gli stessi industriali e aristocratici che sostennero la SPD si schierarano con i nazisti perché, grazie alla loro violenza verso le organizzazioni operaie, avrebbero permesso al capitale di aumentare i propri profitti, ribaltando i risultati della Prima guerra mondiale, mediante la ripresa di una politica espansionista e imperialista.

 

[1] JURGEN KUCZYNSKI, A short history of Labour conditions under industrial capitalism, Vol.3, F. Muller, London, 1945, p.141

[2] GERALD D. FELDMAN, The Great Disorder: Politics, Economics and Society in the German Inflation, 1914-1924, Oxford University Press, 1993, p.79

[3] WILLIAM T. HAM, Labor under the German Empire, «Quarterly Journal of Economics» n.48, February 1934, pp. 203-228

[4] MARK JONES, Founding Weimar: Violence and the German Revolution of 1918-1919, Cambridge University Press, Cambridge, 2016, p.239

[5] Ivi, p.216

[6] ROBERT GERWARTH, The Central European Counter-Revolution: Paramilitary Violence in Germany, Austria and Hungary after the Great War, «Past & Present», Vol 200, N°1, August 2008, pp. 175-209

[7] NIGEL H. JONES, Hitler’s Herald: The Story of the Freikorps, 1918-1923, Dorset Press, 1995, p.50