IL LIBRO APERTO DI DRAGHI

Come avevamo facilmente previsto, l’ingresso di Draghi sulla scena politica italiana ha cambiato e riarticolato per l’ennesima volta, in linea con quanto sta avvenendo da trent’anni questa parte, il quadro delle forze politiche e degli assetti complessivi nel Paese. A valle, si spera, della pandemia e fuori dal quadro emergenziale tutto sarà sicuramente più chiaro. Ma già ora il segno è evidente.

Un’evoluzione interna che fa da specchio alle continue mutazioni del quadro internazionale, sconvolto dal Covid-19 nella veste di formidabile acceleratore della crisi mondiale, e incanalato in uno scontro tra potenze dagli esiti incerti. La regia multilaterale di Biden concentrata contro la Cina è il perno attorno a cui si sta giocando attualmente la partita e l’Italia non può non subirne la forte influenza.

In questo senso la figura di Draghi oltre a rappresentare una garanzia per l’alleato americano rappresenta il demiurgo attorno a cui gli assetti interni si stanno definendo.

Tra le forze politiche il Movimento cinquestelle è lo specchio di questa dinamica. Dopo la frattura con la “casa madre” rappresentata dalla piattaforma Rousseau di Casaleggio junior e la fuoriuscita di Di Battista all’indomani della nascita del governo Draghi, ora è il momento di Conte contro Grillo. Viste le tempistiche della frattura è probabile che la posizione sulla Cina possa essere una delle molte ragioni che rischiano di portare il movimento ad una vera e propria deflagrazione.

In questo senso le dichiarazioni del comico genovese sul suo blog contro le decisioni del G7 non sembrano lasciare dubbi, così come sull’altro fronte la nuova veste “americana” del ministro degli esteri Di Maio è completamente supina alle posizioni dell’attuale Presidente del Consiglio. Ad avvalorare questa tesi è anche l’incontro all’ambasciata cinese di Grillo, disertato all’ultimo momento da Conte, in contemporanea con il G7 in cui Draghi sposava la linea americana affermando di voler “esaminare con attenzione il memorandum con cui l’Italia ha aderito alla via della seta”.

Certamente i motivi profondi sono anche di tenuta complessiva di un movimento nato come onnivoro sul piano sociale ed ora “strappato” dalla crisi economica che morde e continuerà a mordere in maniera ancora più dura quando la pandemia sarà alle spalle. Sono bastati tre anni di governo con tutto l’arco parlamentare per evidenziarne i limiti politici e di rappresentanza.

Il governo Draghi sta, d’altra parte, ridando centralità alle forze maggiori del centrodestra e del Centrosinistra, che, aldilà delle scaramucce sul DDL Zan o aspetti che rischiano di essere di dettaglio sull’operato del governo, si stanno preparando a farsi garanti dei nodi cruciali del Recovery Fund e delle “riforme” volute da Bruxelles, a cui l’erogazione dei fondi europei è vincolata. Dietro la cortina fumogena delle parole si nasconde una direzione di marcia piuttosto spedita e l’assenza completa di un’opposizione politica in Parlamento.

Da una parte il Partito unico del centro destra che permetterebbe alla Lega di ereditare una quota rilevante di ciò che resta dell’elettorato berlusconiano, con la funzione di ricollocare lo stesso Salvini nel campo moderato garantendogli nella competizione con la Meloni uno spazio per mantenere la propria leadership sulla coalizione,  dall’altra il PD che, di fronte al disfacimento del Movimento grillino, cerca di capitalizzare, sempre con mille contraddizioni, il suo ruolo stabilizzante e sostanzialmente di potere.

A ottobre si svolgeranno le elezioni amministrative e, quindi, si determinerà un quadro dei rapporti di forza che potrà influenzare le scelte delle forze politiche principali e degli outsider che gli girano intorno, ma i ruoli sembrano ridefiniti proprio dalla rottura costruita con la presenza di Mario Draghi e di ciò che rappresenta.

L’altra questione che sul piano politico sarà affrontata è quella imminente della Presidenza della Repubblica. Mario Draghi in sei mesi non avrà finito certo il suo lavoro. E per questo la sua collocazione non sarà neutra rispetto all’evoluzione non solo della pandemia ma soprattutto della normalizzazione del sistema politico. In questo senso non è da escludere il suo arrivo al 2023 per poi decidere se continuare a vigilare dall’Europa o ancora da Palazzo Chigi. In questi due casi al Quirinale ci sarà sicuramente qualcuno gradito a lui e all’establishment che rappresenta.

Insieme e dentro le dinamiche di quadro generale è ovvio che, sotto la cenere piovuta nell’ultimo anno e mezzo, arde un malessere sociale trasversale al ceto medio e al lavoro precario dipendente che sono i settori più colpiti dagli effetti economici della pandemia. Le gerarchie sociali negli strati intermedi e più bassi si sono accorciate portando larghi strati a sprofondare in moltissimi casi in una vera e propria disperazione.

In tale contesto lo spazio a destra è pienamente coperto da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che raccoglie una parte non poco significativa della rendita della Lega, ma anche la Meloni non potrà andare oltre il gioco di potere interno con la Lega per la futura leadership del centrodestra.

Invece, una parte rilevantissima della popolazione non esprime una collocazione politica definita e, soprattutto, definitiva ed è priva di una rappresentanza diretta oltreché organizzata.  Un elemento che se, da una parte, è vero che tende a configurare la crescita di una forte passivizzazione di massa, favorendo senza troppi scossoni i suddetti processi di riassetto degli equilibri di potere, dall’altra parte può rappresentare un magma dentro cui, nel medio e lungo periodo, anche la sinistra di classe e i comunisti potrebbero ritrovare uno spazio reale oggi ridotto ad una nicchia marginale e ininfluente sul piano generale. Per il futuro nulla è scontato mentre il presente sembra un libro aperto.