SEGNALI DI CRISI DAGLI USA

Com’è noto gli Stati Uniti sono stati, dal dopoguerra, una grande superpotenza mondiale. Posizione che inizialmente hanno condiviso per alcuni decenni con l’Unione Sovietica, fino a che, cadute l’URSS e il Patto di Varsavia, non sono rimasti l’unica grande potenza mondiale.

E’ altrettanto noto che gli States, oltre ad essere il paese più ricco del mondo, è stato anche quello dove il capitalismo si è mostrato, sia economicamente che politicamente, nel suo aspetto più “puro”, più caratteristico. Negli USA pressoché tutto, o quasi tutto, è privato, perfino le carceri. Politicamente, grazie al Maccartismo, è stato l’unico paese dell’Occidente a non avere avuto una vera e propria sinistra (se si escludono micro-formazioni ultra-marginali) e dove ha dominato, in questi decenni, un’alternanza tra due forze politiche entrambe fortemente ultra-liberiste e guerrafondaie.

Tutte queste caratteristiche – unica superpotenza mondiale egemonica, capitalismo feroce e bipolarismo politico tra formazioni ultra-liberiste e legate alle grandi lobbies – sembravano fino a pochi anni fa del tutto inossidabili.

 

E invece negli ultimi tempi qualcosa ha iniziato a scricchiolare e sta scricchiolando, via via, sempre di più.

Intanto il ruolo di unica superpotenza mondiale e “gendarme del mondo” è stato messo fortemente in discussione, negli ultimi anni, soprattutto da parte della Russia di Putin. E con questa potenza ora Washington dovrà fare seriamente i conti.

A livello economico, come è noto, il concorrente più agguerrito degli USA è l’emergente Cina. La tendenza, già da diversi anni, è quella che sta portando ad un ribaltamento dei rapporti di forza tra questi due paesi a favore di quest’ultima. E non solo per quanto riguarda la crescita economica e il volume di produzione, ma anche per innovazione tecnologica e per la conquista dei mercati mondiali.

 

Anche a livello di politica interna i segnali di crisi negli Stati Uniti si stanno facendo sempre più evidenti.

La stessa elezione a sorpresa di Donald Trump, a danno della favorita Hillary Clinton, rappresenta – al di là del giudizio che si voglia dare sull’attuale presidente – in qualche modo un’anomalia. Il cosiddetto “deep state” (ossia, le grandi lobbies, la CIA), infatti, molto probabilmente puntava più sulla moglie dell’ex presidente Clinton, il che è dimostrato, tra l’altro, da inchieste come il “Russia-gate” e dai numerosi ostacoli e contestazioni che Trump ha avuto in questi anni nel portare avanti la sua politica.

Ma un sintomo ancora più evidente della crisi del tradizionale bipolarismo USA è senz’altro l’incredibile affermazione di uno come Bernie Sanders, che si dichiara apertamente socialista e che alle primarie del Partito Democratico ha presentato un programma coraggiosamente avanzatissimo (considerando gli standard yankee). Ovviamente alla fine non ha vinto e non poteva vincere, ma i risultati che ha ottenuto destano meraviglia e dimostrano che milioni e milioni di americani – e, sembra, soprattutto i giovani – non sono più soddisfatti della politica bipartisan USA e sono disposti ad accettare una svolta “socialista” (=socialdemocratica), che fino a poco fa sembrava tabù.

 

Come se tutto ciò non bastasse, ora ci si è messo pure il coronavirus ad aggravare la situazione.

E se la Cina, grazie a misure fortemente restrittive nei confronti della mobilità della popolazione e soprattutto della produzione (non essenziale), è riuscita nel giro di un paio di mesi a praticamente azzerare i nuovi contagi e a porre le premesse per una nuova, anche se prudente, ripresa della sua economia, assai più complicata appare la situazione nei paesi occidentali e ancor di più proprio negli States.

Qui l’azione combinata di due fattori – da una parte le pressioni del capitale a chiudere il meno possibile la produzione, e, dall’altra, il prevalere dell’assistenza sanitaria privata, che esclude milioni di cittadini più poveri – ha fatto sì che la malattia sia letteralmente esplosa nell’ultimo mese ed ora gli USA hanno di gran lunga il più elevato numero dei contagiati, nonché quello dei morti.

Ma i veri problemi quasi sicuramente devono ancora venire. Il drammatico crollo della produzione, che la pandemia senz’altro causerà, non mancherà di incidere pesantemente sull’economia di Washington (e di un po’ tutto l’Occidente).

 

Al momento è impresa ardua prevedere gli scenari futuri, ma una cosa appare certa: gli Stati Uniti non saranno più quello che sono stati nei decenni scorsi. Qualcosa di profondo dovrà per forza cambiare.